ACQUEDOTTO PUGLIESE: INAUGURATO UN NUOVO SERBATOIO MA CI SONO ANCORA TROPPI SPRECHI
Di Mariangela Martellotta (del 18/12/2010 @ 06:54:00, in Puglia, letto 4621 volte)

È stato inaugurato a Gioia del Colle il nuovo serbatoio dell'Acquedotto Pugliese cha fa salire a 200.000 mc la capacità totale degli impianti pugliesi. Il progetto si inserisce nel più ampio e imponente programma di ammodernamento che l’AQP sta conducendo per il miglioramento e potenziamento della rete idrica, attraverso investimenti che solo nel 2009 sono stati di oltre 200 milioni di euro. All’inaugurazione erano presenti l'assessore alle Opere Pubbliche della Regione Puglia, Fabiano Amati, e l'amministratore unico di AQP, Ivo Monteforte.

L'opera e' stata dedicata agli operai morti cento anni fa, a causa dello scoppio di una mina durante i lavori di realizzazione della “Galleria Murge”, uno dei tratti più difficili ed impervi del canale principale dell'Acquedotto. Si trattava di Vito Matone, Antonio Diconsolo, Angelo Romeo, Antonio Tricarico, Nicola Colia, Giuseppe Giorgio.

Con la realizzazione dell'opera, AQP si e' anche impegnato nella riforestazione di un'area di pari dimensione del serbatoio, sempre nell'agro di Gioia del Colle. Questa notizia porta lustro alla nostra Regione ma non bisogna abbassare la guardia verso gli sprechi.

 



A Grottaglie pubblicamente tutto fila liscio, salvo lo sgradevole episodio della condotta di acqua potabile che passava sotto il neo-terzo lotto della discarica e che preoccupava per il rischio eventuale di contaminazione. Il fatto venne denunciato dalla ASL Taranto, il Comune di Grottaglie, il comitato Vigiliamo per la discarica, la Regione Puglia, la Provincia di Taranto, Ecolevante SPA, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (con sede a Roma) e l’ENAC, al TAR Puglia (su proposta del Comitato "Vigiliamo per la discarica”) unitamente al ricorso per l'annullamento dell'autorizzazione integrata ambientale (AIA) rilasciata ad ECOLEVANTE SPA, ma la richiesta di sospensiva venne respinta perché in sostanza il TAR sostenne che non sussisteva pericolo per le acque passanti per la condotta.

A ben vedere, a parte le campagne di sensibilizzazione per il comportamento del singolo cittadino che dovrebbe rispettare l’acqua pubblica come un bene insostituibile, restano su tutto il territorio pugliese dei dubbi su altre questioni ben più considerevoli per l’Acquedotto più grande in Europa con 20 mila km di rete. Gli sprechi lungo le condutture: dal 2007 al 2010 si sono riusciti a recuperare 40 milioni di metri cubi di perdite, che sarebbero scese dal 37,7% al 35% ai quali però si sommano gli “sprechi” amministrativi (tuttavia in calo anch’essi da12,8% all’11,8%) il buco economico è circa il 47%. "Privatizzare l’acqua è una bestemmia in chiesa", disse Vendola ma i tubi rotti, gli allacci abusivi e gli enormi sprechi li continua a fare il pubblico.

Basta considerare che ogni anno il 30,1% dell’acqua in rete non arriva ai rubinetti [fonte Confartigianato] , mentre nel resto d’Europa, ad esempio in Germania, le perdite non superano il 7%. I prelievi per allacci abusivi alla rete idrica sono all’ordine del giorno e oltre a non essere monitorati dal punto di vista economico non sono neppure quantificati e portano all’impoverimento delle risorse garantite per il pubblico. Non per ultimi i danni alla risorsa idrica provocati da fonti inquinanti che riportano alla mente un episodio che colpì nel recente 2009 la Provincia di Taranto, quando la Procura della Repubblica iscrisse nel registro degli indagati 13 persone tra vertici AQP e responsabili di imprese incaricate di sostituire le vecchie condutture di eternit e smaltire il materiale in cemento amianto. Veniva ipotizzato che le imprese avessero gestito una maxi truffa nei confronti di AQP non smaltendo correttamente le tubazioni in cemento amianto (addirittura si ipotizzava che le stesse condutture sarebbero state triturate ed utilizzate quale materiale di riempimento per interrare la nuova rete).

L’ipotesi di truffa avrebbe interessato lavori per 1 milione di euro e tutti i lavori di rifacimento della rete idrica di Taranto e provincia, e a distanza di molti mesi dall’accaduto non risultano ulteriori informazioni che chiariscano l’intera vicenda e soprattutto non è dato sapere che fine ha fatto l’amianto rimosso il cui ignoto smaltimento, già di per se grave, sarebbe tragico se fosse confermata l’ipotesi della frantumazione dei tubi in cemento amianto che imporrebbe la bonifica di tutti i materiali cancerogeni interrati!

 



Non parliamo poi degli scarichi fognari autorizzati nei canali delle acque chiare che servono ad irrigare i campi coltivati dei privati. Un episodio eclatante è quello dell’agro di Lizzano dove il depuratore non funzionante AQP, non funzionante da anni fa si che le acque contaminate sversino direttamente in un canale (Li Cupi) che attraversa le campagne provocando seri danni alle colture, fino a sboccare in mare causando ulteriori danni alla fauna e alla flora marina, oltre che mettere a rischio la salute dei bagnanti.

Ma di scarichi fognari abusivi o non controllati ne vengono denunciati ancora oggi in tanti altri comuni. Un po’ di storia sull’AQP ci aiuterà a comprendere che, come tutte le infrastrutture gli acquedotti vanno manutenuti e messi all’avanguardia perché possano soddisfare le esigenze senza sprecare un bene comune e purtroppo non sostituibile. La nostra regione già in antichità era nota come "Puglia sitibonda" e gli abitanti erano costretti a fare affidamento esclusivamente sull’acqua piovana, raccolta in cisterne, per impieghi domestici e per qualunque altra necessità. E' facile comprendere come la massima aspirazione dei pugliesi fosse, da sempre, quella di poter disporre di rifornimenti idrici adeguati non solo per motivi igienici, ma anche per poter utilizzare le ricchezze naturali della terra incrementando le molte colture per cui il clima si rileva particolarmente adatto, dato che fino a pochissimi anni fa l’unico prodotto della regione era l’ulivo, ed i vasti uliveti appunto sono tuttora una delle caratteristiche salienti della zona.

Essendo il terreno costituito principalmente da calcare fratturato, che si eleva in una successione di terrazze dal livello dei mare fino ad un’altezza di circa 300-350 m al piedi degli Appennini lucani, gli strati formatisi sono solcati trasversalmente da precipizi e profondi avvallamenti. Con una simile conformazione, le piogge invernali scorrono liberamente al mare e quel poco d’acqua che resta penetra rapidamente nelle fratture dei sottosuolo. Il problema di provvedere a un adeguato rifornimento idrico da diversa origine si presentava di soluzione estremamente difficile.

 



Già nel 1868 un giovane funzionario del Genio Civile, l’ing. Camillo Rosalba, aveva avanzato l’ardito progetto di utilizzare una delle abbondanti fonti di rifornimento idrico sulle pendici occidentali dell’Appennino scavando delle gallerie, esprimendo l’opinione che le sorgenti dei Sele a Caposele nella provincia di Avellino potessero essere particolarmente adatte allo scopo. Ma l’attuazione di un progetto simile a quell’epoca, a parte gli enormi costi, sembrava presentare difficoltà insormontabili: prima che l’acqua potesse essere trasportata lì dove occorreva, sarebbe stato necessario scavare numerose gallerie, alcune delle quali di lunghezza superiore ai 15 km.

Il progetto venne accantonato per circa 20 anni e soltanto dopo che fu portato felicemente a compimento il tunnel italo-svizzero Simplon , venne riaperta con la necessaria ampiezza di vedute la questione dell’Acquedotto Pugliese. Nel luglio 1902 il governo approvò la costituzione di un organismo di controllo nel quale da un lato era rappresentato lo Stato e dall’altro le province di Bari, Foggia e Lecce, con il compito e la responsabilità della costruzione, manutenzione e funzionamento perpetuo dell’acquedotto e con i pieni poteri per la concessione di appalti a ditte private. Nel 1905 venne costituita la Società Anonima Concessionaria dell’Acquedotto Pugliese con cui si stipulò il contratto di appalto delle opere e verso la fine dei 1906 questa Società diede inizio al lavori di costruzione della galleria di valico dell’Appennino.

La sorveglianza sul lavori in corso venne conferita a uno speciale ufficio del Genio Civile appositamente costituito, con a capo l’Ing. M. Maglietta, mentre la direzione tecnica del lavori venne affidata al già citato Ing. Bruno. Nel corso del lavori, su istanza dell’Ing. Maglietta, venne variato il tracciato dei canale principale, in modo che la sua lunghezza venne ridotta a 214 Km. fino a Fasano con un ulteriore prolungamento di 30 Km. fino a Villa Castelli.

 



Sotto il regime fascista avvenne una incremento a livello industriale che può riassumersi in un gran numero di importanti opere pubbliche e di tali opere l’acquedotto pugliese può certo dirsi una delle principali. In realtà questa impresa progettata a favore di oltre due milioni di persone, venne iniziata molti anni prima della storica Marcia su Roma, ma i costi e le enormi difficoltà incontrate nel corso della sua costruzione avevano minacciato di far abbandonare completamente i lavori.

Superate le difficoltà venne assicurato il futuro dell’acquedotto la cui superficie servita, che costituisce il tallone dell’Italia, copre circa 20.000 kmq in un territorio conosciuto fin dal tempo dei Romani per il suo aspetto arido, bruciato dal sole, come appare inevitabile data la carenza di acqua. Con l'inizio della ricostruzione postbellica, la dotazione idrica garantita dalle sole sorgenti del Sele risultò insufficiente a soddisfare i crescenti fabbisogni della popolazione e ci si allacciò dapprima ad alcune sorgenti del fiume Calore, ubicate in agro di Cassano Irpino, la cui portata viene convogliata, attraverso una galleria di valico lunga circa 15 km, fino all'inizio del Canale Principale, nel Comune di Caposele.

Successivamente, ebbe inizio la costruzione degli altri grandi acquedotti che garantiscono, attraverso un complesso sistema di interconnessioni, il servizio idrico in tutti gli abitati serviti. Ognuno di tali acquedotti prende il nome dalla sua fonte di approvvigionamento: Pertusillo, Sinni, Fortore, Ofanto, Locone etc… Il contributo della falda idrica, tuttora importante, tende a diminuire a causa dell'impoverimento della stessa determinato da eccessivi prelievi ad opera di numerosi pozzi privati, anche non autorizzati.


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