L'EGITTO NELLE MANI DELL'ESERCITO. MUBARAK SI DIMETTE DOPO 30 ANNI. IN COMA? IN GERMANIA?
Di Francesco Calzolaio (del 14/02/2011 @ 10:13:21, in Esteri, letto 3249 volte)

Erano da poco passate le 6 del pomeriggio di venedì 11 febbraio 2011 quando con un esile comunicato di circa 30 secondi il vicepresidente dello Stato nord-africano Omar Suleiman ha annunciato il ritiro dalla scena politica del Presidente della Repubblica Mohamed Hosni Mubarak in carica fin dal 1981.

 

Politicamente parlando, l'Egitto ottenne nel 1922 l'indipendenza dal dominio britannico e con la rivoluzione del 1952, a seguito della cacciata del re Naghib, si trasformò da monarchia in repubblica. Ha quindi, oltre al Primo Ministro, un proprio Presidente della Repubblica che, nel caso in questione, è rimasto sempre lo stesso negli ultimi 30 anni. Il motivo di una "reggenza" così lunga va sommariamente ricercato in due fattori: il fatto che il Presidente venga eletto non dal popolo ma – cosa assai diversa – da una Assemblea del Popolo (ossia il Parlamento); l'assenza di un limite formale al numero di volte che la stessa persona può essere rieletta. Così Mubarak, insediatosi nel 1981 a seguito dell'omicidio dell'allora presidente Sadat ucciso da un integralista religioso, è stato legittimamente riconfermato nel 1987, 1993, nel 1999 e infine nel 2005.

 

Subito dopo la nomina, Mubarak istituì l'odiatissimo stato permanente di emergenza – in vigore fino ad oggi – con tanto di restrizione delle libertà personali fondamentali (come la libertà di espressione e di associazione) contro il quale si sono scagliate le folle oceaniche che abbiamo osservato in questi giorni.

 

Proprio per l'autunno del 2011 erano previste nuove elezioni presidenziali, ma sulla scia dei movimenti di protesta che negli ultimi mesi stanno infiammando il nord-Africa e parte del Medio-Oriente è accaduto l'imprevisto, un rovesciamento relativamente pacifico del sistema politico con la cacciata del Presidente Mubarak che alla fine, dopo giorni di resistenza, ha dapprima rimesso l'incarico nelle mani del vice Suleiman e poi lasciato il Cairo alla volta del Mar Rosso. Ovviamente le vittime non sono mancate, si parla di alcune centinaia di morti, ma le conseguenze che tali fenomeni potrebbero comportare in termini di vite umane sarebbero potute essere davvero maggiori. Dopo la Tunisia, quindi, è l'Egitto il secondo paese dell'area a cambiare, per mano e volontà esplicita della popolazione, forma di governo o compagine governativa (come nel caso egiziano). Dal punto di vista storico si tratta di un momento epocale, la geografia politica del nord-Africa sta subendo delle trasformazioni impensabili fino a solo qualche mese fa, l'aspirazione a una società migliore sembra inoltre essere contagiosa dato che sollevamenti popolari si segnalano anche nello Yemen e in Giordania. Cominciata in Tunisia come una guerra per il pane (l'aumento dei prezzi del pane è da sempre motivo di sollevamenti popolari), i movimenti mostrano la loro modernità nelle forme organizzative e soprattutto nell'uso della rete per comunicare, organizzare azioni collettive e far sapere al resto del mondo cosa accade tra le strade del Cairo, nella oramai celebre Piazza Tahrir dove ieri una folla imponente ha appreso la notizia della partenza di Mubarak (la piazza era da giorni occupata dai manifestanti). La modernità del movimento è però ben evidente anche nell'impeto non violento che ha sorretto i manifestanti per settimane e nella scelta della civile fermezza sulle proprie posizioni e nel non ascolto delle provocazioni portate dai sostenitori del regime.

 

Un ruolo decisivo e probabilmente per alcuni aspetti ancora poco chiaro è stato svolto dall'esercito che si è mantenuto in una posizione terza rispetto sia al Presidente sia alla folla della piazza. In molti avevano fatto pressione perché l'esercito intervenisse, primo tra tutti il presidente degli Stati Uniti Obama, nonostante ciò le forze armate si sono limitate a “osservare” gli eventi, anche quando ai manifestanti si sono contrapposti in forze i sostenitori di Mubarak pronti a respingere ogni desiderio di trasformazione.

 

Fino a venerdì però, quando il vice di Mubarak ha formalmente passato nelle mani dell'esercito il controllo dello Stato fino al compimento della transizione verso il cambiamento.


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