NORD-AFRICA IN FIAMME. QUI SI FA LA STORIA. MA L'ITALIA E L'EUROPA DOVE SONO?
Di Francesco Calzolaio (del 23/02/2011 @ 10:14:08, in Esteri, letto 2759 volte)

Per quanti si fossero oramai abituati all'idea di un leader politico che si sposta in tenda per mostrare al mondo intero la propria appartenenza etnico-culturale, per chi in fin dei conti provasse simpatia per uno strano signore al comando di uno Stato da 42 anni che davvero folkloristicamente si circonda di un mini esercito composto solo da giovani e aitanti donne è giunto tragicamente il momento di ricredersi.

 

Non di un attempato ed eccentrico signore si tratta ma di un sanguinario dittatore che pur di salvaguardare la propria autorità non esita a scatenare il finimondo e bombardare addirittura le proprie città pur di mettere fine al tutto.

 

Il particolarissimo momento storico che il nord-Africa in primo luogo, e il mondo intero di conseguenza, sta vivendo da qualche tempo si arricchisce di un altro straordinario avvenimento: l'insurrezione del popolo libico contro il dittatore Muammar Gheddafi.

 

 

Politicamente parlando, la Libia mostra alcune peculiarità: formalmente il leader massimo non ha alcuna carica istituzionale, egli si fregia del solo titolo onorifico di Guida della Rivoluzione, l'esecutivo è retto da un Primo ministro (in carica dal 2006) e il governo del paese spetta alla popolazione attraverso i Consigli locali.

 

In realtà però le cose vanno davvero in modo diverso dato che di fatto Gheddafi è da più di 40 anni il capo incontrastato dello stato libico. Ad addolcire il tutto gioca da sempre il concetto di Jamahiriya (Governo delle masse), un concetto per l'appunto che di concreto ha davvero ben poco dato che Gheddafi, l'uomo senza incarico istituzionale, di fatto detiene il potere assoluto del Paese dal 1969, anno del colpo di stato che si concluse con la deposizione dell'allora monarca Idris I.

 

Le rivolte in Tunisia e in Egitto ci avevano abituati a transizioni non particolarmente violente verso forme di governo non autoritarie (questo in realtà è ancora da vedersi), in Libia le cose vanno in modo molto diverso. Le vittime si contano già a centinaia, fonti locali ne contano addirittura un migliaio, i militari hanno l'ordine di sparare sulla folla e le due città più grandi del Paese, Tripoli e Benghasi, sono sotto attacco aereo da lunedì.

 

Come già accadde in Egitto, frange dell'esercito non hanno retto e si sono ammutinate come nel caso delle due navi che dovevano bombardare Benghasi e di alcuni aerei che sono atterrati a Malta. Ma il colonnello non molla e in un comunicato si scaglia contro quei “drogati” che insorgono, assicura di non avere intenzione alcuna di lasciare il paese e di essere pronto al martirio. Proprio per oggi chiama anzi i propri sostenitori a scendere in piazza contro i rivoltosi e minaccia un uso ancora più spregiudicato della violenza.

 

 

Simbolicamente parlando, il fatto di bombardare la capitale dello Stato che in modo più o meno legittimo si “governa” da oltre un quarantennio è qualcosa di molto grave e significativo. Per definizione si bombardano popolazioni e Stati nemici, il nemico da sterminare è quello oltre confine che viene rappresentato come il male assoluto, l'altro assolutamente diverso e, quindi, necessariamente nemico. Č in pratica spesso un problema di confini geografici e morali, di qua c'è il bene e di là il male. Ma il bombardamento della propria popolazione e delle proprie città – l'irrilevanza quindi dell'elemento geografico – manifesta invece l'isolamento di un leader rispetto a queste, una distanza non da poco che “giustifica” l'eliminazione indiscriminata del popolo libico (che le bombe siano intelligenti non lo crede più nessuno, nel caso libico poi nessuno ha interesse a elogiare l'intelligenza degli armamenti).

 

Come a dire che ciò che conta del Paese è il solo governante e non i governati che in fin dei conti possono, se ostili, essere annientati.

 

In Italia questi avvenimenti non potevano non avere una grande eco. E così è stato anche se tutto, nel nostro Paese, è apparso sotto una luce diversa: la violenza del colonnello è stato motivo di imbarazzo tra i vertici della maggioranza più che di indignazione; la rivolta di un popolo contro un dittatore crea preoccupazione non per il costo in termini di vite umane o per eventuali squilibri in politica internazionale ma per il possibile arrivo in Italia di migliaia di profughi; ministri e rappresentanti leghisti si lamentano con l'Europa perché si sentono trascurati e minacciano di spedire eventuali profughi direttamente in Francia e Germania. Intanto il caso Ruby va avanti, con nuovi particolari e pettegolezzi ... Meravigliosa miseria della morale, che ci permette di pensare sempre e solo al nostro pane (ovviamente non spirituale) quotidiano.


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