GROTTAGLE, TERRA DA SCOPRIRE: IL FASCINO SENZA TEMPO DELLA LAMA DEL FULLONESE
Di Mariangela Martellotta (del 18/03/2011 @ 17:47:37, in Grottaglie, terra da scoprire, letto 3489 volte)


La prima tappa del tour documentaristico riguardante i tesori dell’habitat rupestre di Grottaglie è alla lama del Fullonese che cinge l'abitato a Ovest ed è quella che ha maggiormente subito i danni derivanti dalla recente trasformazione insediativa del territorio, essendosi l'edificazione spinta fino al ciglio del vallone.

Nonostante l’antropizzazione spinta però, come accade spesso, la natura si riappropria di ciò che le appartiene tanto è vero che va ricordato il recente crollo di un costone lungo il quale sorgeva un cantiere edile.



Il percorso del canale principale proveniente dalle colline che taglia tutta la parte bassa della lama e lungo il quale sono state realizzate diverse opere idrauliche come il viadotto ancora oggi visibile

La lama conserva numerose testimonianze archeologiche, tra le quali va ricordata la chiesa-cripta dei SS. Pietro e Paolo con un calvario scolpito ormai quasi completamente vandalizzato, ospita inoltre l’insediamento rupestre che, con ogni probabilità, ha avuto vita più lunga tra quelli presenti nel territorio di Grottaglie.

 

 

 

Occorre precisare la differenza che tecnicamente intercorre tra i due termini "lama" e "gravina": il primo termine sta ad indicare una depressione più larga che profonda, mentre propriamente la gravina presenta una dimensione verticale più pronunciata. Nel linguaggio dialettale e nella cultura locale i due termini vengono spesso adoperati indifferentemente, ma più frequentemente tali fenomeni carsici sono denotati con il nome di "lame".



L’antico “villaggio capannicolo” dove si notano i fori per posizionare i pali per sorreggere le capanne ed i canali in cui scorrevano le acque che si convogliavano poi nelle cisterne a valle.

 

 

 

Il villaggio rupestre è stato abitato anche dopo a fine del XIII secolo, quando gli abitanti degli altri casali rupestri furono indotti a riunirsi a Grottaglie per ragioni difensive; questo trasferimento era voluto dagli arcivescovi tarantini, baroni del feudo di Grottaglie, e datato al 1297. Il nome della gravina Fullonese (o Foranese) deriva probabilmente dalla principale attività che vi si svolgeva, ossia l’arte della tintoria condotta da una colonia di Ebrei (dal latino fullo = tintore).

Questa colonia di Ebrei era probabilmente sfuggita alla distruzione di Oria del 977 ed il fatto di doversi dedicare all’arte tintoria, attività che doveva necessariamente svolgersi all’esterno dei centri urbani e nelle vicinanze di una fonte di approvvigionamento di acqua, li fece insediare qui. Il villaggio comprendeva, oltre a numerose grotte abitazione disposte su più livelli, tre chiese rupestri.

A terra notiamo ancora quelli che sono i segni delle buche per collocare i pali di sostegno delle capanne, ecco perché questo villaggio viene identificato anche come “villaggio capannicolo”.



Fasi storiche del degrado della cripta maggiore del Fullonese

Tra le numerose chiese rupestri esistenti nel territorio di Grottaglie, merita particolare attenzione quella dei SS. Pietro e Paolo (detta anche di San Pietro dei Giudei) localizzata lungo il fianco nord-est della gravina del Fullonese. È di proprietà di un ente religioso cattolico ed è catalogata come “Bene Architettonico”/”Opera d’arte”. L’identificazione della chiesa con quella dedicata ai SS. Pietro e Paolo è stata recentemente messa in dubbio da alcuni studiosi: infatti alcuni sostengono che la “vera” chiesa dedicata ai SS. Pietro e Paolo sia quella che sorge a ridosso del convento dei Cappuccini.

La chiesa fu fatta scavare da Monsignor Lelio Brancaccio, vescovo di Taranto e signore di Grottaglie, a metà del 1500 sul sito di una precedente chiesa risalente al VI–VII secolo, contestualmente alle altre opere, come i ponticelli di attraversamento ancora oggi visibili, di miglioramento del sito allora denominato “lama Lo Burgo”. L’insieme rupestre presenta quattro ambienti distinti: la navata maggiore, il nartece (o vestibolo), la cappella, ed il corridoio con lo Hospitium peregrinantium (Ospizio per i pellegrini) risalente al XIV secolo.

L’Hospitium è formato da un corridoio accessibile dal lato sinistro della navata maggiore, sul quale si aprono diversi ambienti, difficilmente distinguibili a causa di un crollo avvenuto per infiltrazioni d’acqua nella struttura intorno agli anni trenta. La navata maggiore presenta sul fondo ciò che resta del “Monte Calvario”, completamente scavato nella roccia calcarenitica, con struttura portante ad arco ribassato e superficie esterna lavorata a bugnato così da sembrare esteticamente il vello di una pecora..

Originariamente il Calvario recava sulla sommità tre croci, due laterali in legno e una centrale ricavata nella roccia, con le figure del Cristo e dei ladroni; alla base dei crocifissi due statue: la Madonna e un'altra non bene identificata. Al di sotto del Calvario si trova il Presbiterio, costituito da un vano squadrato con sul fondo l’altare che ormai è quasi completamente distrutto dai vandalici tentativi di ritrovare l’acchiatura (termine che deriva dal dialettale verbo “acchiare” a sua volta derivante dal greco, con il significato di “scovare un tesoro”).

Il nartece (o vestibolo = architettonicamente consiste in un vano o in un passaggio posto tra la porta di entrata e l’interno) posizionato in fondo a destra, presenta in alto, sulla parete frontale, il graffito della croce e degli attrezzi del martirio di Cristo ed è l’unica chiesa a presentare dei graffiti a parte una grotta di Riggio dove alcuni segni di graffiti sono anche lì visibili. La cappella, subito a destra entrando nella chiesa, si presenta di piccole dimensioni e senza alcun affresco o graffito.

 

 

 

A sinistra del Calvario una scalinata parzialmente distrutta immette in un corridoio con gli accessi di quelli che anticamente erano gli ambienti dell’Ospitium Peregrinatum, di cui ormai rimangono solo rovine a causa del crollo delle volte avvenuto in particolare nella notte del 11 novembre 1933, dopo alcuni giorni di abbondanti piogge. Nonostante la rappresentazione del Monte Calvario, con l’altare inglobato, fosse stato dichiarato monumento nazionale le condizioni attuali della chiesa sono a dir poco disastrose e non si comprende il perché degli atti a dir poco incivili sia verso un luogo sacro che verso un patrimonio storico e architettonico.

Percorriamo circa duecento metri nella direzione dell’ex Convento dei Cappuccini che tutti conoscono sotto il nome di Convento del Fullonese, ed arriviamo sotto una grotta che in antichità era abitata, se pure ormai la parte anteriore è totalmente crollata lasciando allo scoperto la vecchia residenza (di un pastore o di un conciatore di pelli… non si sa), tutelata solo dall’altezza alla quale si trova e che permette di accedervi solo arrampicandosi sulla roccia.



Una delle grotte anticamente abitate della lama in cui si possono ancora vedere le modifiche apportate dall’uomo come le nicchie e i sedili (a sinistra) ed il segno di un antico muro a protezione della grotta stessa (al centro) probabilmente crollato. Nell’immagine a destra i materiali che conservano gli elementi naturali che testimoniano la presenza dell’acqua fino a livelli impensabili in epoca preistorica

L’antica residenza è costituita da due vani di altezza modesta, con nicchie e finestre scavate nella roccia. In alto non si possono non notare i cosiddetti “anelli di roccia”, fori ricavati nella parte alta e ai lati della grotta che servivano – mediante una corda e dei contrappesi – a sollevare dei lumi ad olio e all’occorrenza a farli scendere quando erano esauriti.

Scendendo dalla grotta appena visitata ci rendiamo conto del gran numero di opere infrastrutturali fatte fare da Monsignor Brancaccio per preservare intatti i luoghi: percorsi, muri di contenimento, gradinate di pietra e, importantissimi, i terrazzamenti che a tutt’oggi sono il motivo per il quale la lama non è mai crollata finendo nel vallone sottostante!



Vista interna del cisternone e della piccola apertura sul fondo che serviva per il controllo periodico dell’acqua

Localizzato a poca distanza dalla chiesa rupestre dei SS. Pietro e Paolo troviamo anche il cisternone del Fullonese che rappresenta l’elemento più importante di un complesso sistema idraulico, per la raccolta, la decantazione e la conservazione dell’acqua, composto da una rete di canalizzazioni per la raccolta dell’acqua scavate sugli spalti superiori della gravina, al di sopra della chiesa dei S.S. Pietro e Paolo, varie cisterne di forma sia troncoconica che a sezione trapezoidale completamente scavate nella calcarenite, e un articolato sistema di canalizzazioni di collegamento tra i vari serbatoi situati a più livelli.

Il cisternone ha una sezione trapezoidale sia longitudinalmente che trasversalmente, è alto 8,50 metri, con una larghezza alla base di 8,80 metri ed una lunghezza di circa 14 metri, per una capacità utile di circa 490 metri cubi (pari a 490.000 litri d’acqua). La base della cisterna, a pianta rettangolare, presenta una inclinazione del 3% circa. La volta a botte del cisternone, costruita con blocchi tufacei a faccia vista, per un’altezza di 1,50 metri, presenta tre aperture: una sul lato nordest per l’ingresso dell’acqua di riempimento, un’altra centrale, probabilmente originariamente con colonne e vera e una terza sul lato sudovest, che smaltiva l’acqua in eccesso in un'altra cisterna a valle o direttamente nell’alveo del torrente. La specificità della cisterna, oltre alle notevolissime dimensioni, è rappresentata dall’esistenza di un accesso nell’angolo più basso della base, costituito da un’apertura di 40 cm sia di altezza che di larghezza.

Tale apertura serviva a collocare una fontana e a permettere periodicamente la pulizia ed il controllo interno del serbatoio. Attualmente sono ancora visibili lungo i fianchi rocciosi della lama i canali che convogliavano l’acqua nelle vasche di decantazione che, traboccando facevano affluire l’acqua nelle varie cisterne sempre più a valle. L’acqua raccolta dal cisternone e in tutte le altre cisterne per la raccolta, serviva per il consumo pubblico e veniva trasportata con otri di pelle, poi successivamente in cocci di terracotta e infine utilizzando contenitori metallici: così fino a quando l’acquedotto pugliese non dotò di fontane pubbliche le città.

Proseguendo verso Nord-Est lasciamo alla nostra destra l’ex convento dei Cappuccini, e superato un viadotto dal quale partono alcune delle tante gradinate scavate nella roccia della lama, arriviamo ad un’impervia salita dove la strada sembra sbarrata. Dopo cinque minuti in mezzo alla vegetazione spuntiamo sull’orlo di un’altra chiesetta rupestre, più antica della prima e sicuramente meglio conservata dal punto di vista estetico: qui non ci sono molte tracce di degrado e i segni del tempo sono quelli che hanno modificato il tutto.



La cripta minore con i segni antropici e l’altare (al centro) in cui si può ancora scorgere la figura di un creocefisso

Qui troviamo i segni di un affresco praticamente del tutto scomparso e le tipiche nicchie ricavate nelle pareti che potevano avere funzione o di semplice elemento per appoggio, o fungere da loculi affrescati per il culto, o ancora essere delle colombaie, o addirittura nascere con una di queste funzioni ed essere usate anche per le altre. A fianco alla chiesetta troviamo un profondo pozzo e ad esso notiamo collegata una delle tante canalizzazioni che portano a valle.

 

 

 

Scendendo anche noi verso il fondovalle vediamo che dall’imbocco della lama fino al suo cuore, scorre un fiumiciattolo alimentato da acque portate lì da un canale depurato, anche se in principio le acque che vi arrivavano erano quelle delle alture dei paesini circostanti fra i quali Villa Castelli. Raggiungiamo quella che è stata soprannominata da alcuni escursionisti, “la grotta del mago” per via dei suoi intarsi particolari lungo le spalle di quelli che dovevano essere gli sporti occupati da primordiali infissi a chiusura dell’unico lungo vano presente.

La grotta era sicuramente una residenza e lo testimonia il fatto che troviamo un giaciglio in pietra utilizzato come letto, degli “anelli di pietra” sulle pareti e i segni della “zuccatura” tipici degli antichi maestri che ricavavano all’occorrenza dello spazio ulteriore all’interno di una cavità naturale “zuccando” (picchiettando) il banco tufaceo. Ritornando da dove siamo entrati nella lama, lungo il versante opposto a quello appena percorso sentiamo l’odore delle erbe aromatiche tipiche della macchia mediterranea che in questo habitat rupestre servivano alla concia delle pelli: mescolate all’acqua nella quale erano immerse le pelli appena degli animali appena scuoiati avevano l’effetto di far staccare la parte utile alla concia dal grasso e dai muscoli che vi erano attaccati.

Troviamo anche un grosso albero di carrube e una querce che, data la stagione rigida è spoglia. Il paesaggio è indescrivibile, e affascina più il silenzio che di qualsiasi altro suono. Diciamo arrivederci a questa meravigliosa quanto deturpata lama e ci auguriamo di tornare al più presto e di trovarla meno vandalizzata.


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