PAPA BENEDETTO XVI, DA 6 ANNI PONTEFICE SUL SOGLIO DI PIETRO
Di Cosimo Quaranta (del 19/04/2011 @ 04:49:36, in Esteri, letto 2498 volte)

Ricorre oggi sesto anniversario dell’elezione del Papa Benedetto XVI, Pontefice della Chiesa Cattolica e Vescovo di Roma. Sembra passato da poco il giorno in cui il predecessore, il compianto Giovanni Paolo II, ci lasciava. E così dopo di lui Benedetto XVI assumeva la responsabilità di guida della Chiesa, cominciando a farsi conoscere e apprezzare in tutto il mondo.

Non sarebbe un’operazione facile elaborare un bilancio di questi anni di pontificato e nemmeno intendo farlo. Seppure ancora pochi, infatti, sono stati anni molto intensi. E così ci muoviamo dal 19 aprile del 2005, giorno in cui si affacciava per la prima volta dal loggione di Piazza San Pietro, ad oggi in cui viene definito il “Papa scrittore”. Sarà forse per l’ultimo libro in cui parla ai bambini (“I miei Santi”) o per la vasta produzione letteraria che lo contraddistingue, ma certamente ci ricorderemo di lui come del Papa del dialogo. Presto mi spiegherò per questa definizione.

 

 

 

Joseph Ratzinger nasce il 16 aprile 1927, Sabato Santo, a Marktl sull’Inn. Fu provvidenziale quella data perché, come racconta in una delle sue biografie, fu battezzato il mattino successivo alla sua nascita con l’acqua benedetta durante la notte di Pasqua. Molti furono i momenti salienti della sua vita e penso che sia stata una felice provvidenza aver condiviso il cammino vocazionale anche con il fratello, Georg, sacerdote e vescovo come lui. Dopo il periodo dell’arruolamento militare forzato, dal quale riuscì anche a fuggire, studia filosofia e teologia a Frisinga. Qui consegue il dottorato e l’abilitazione all’insegnamento, mentre nel 1951, a 24 anni, è ordinato sacerdote con il fratello. È importante ricordare il suo impegno teologico dei primi anni sia per la presenza al Concilio Vaticano II che per la fondazione di una prima associazione di teologi tedeschi dogmatici e fondamentali.

L’impegno che lo ha reso più noto negli ultimi anni è stato quello di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. È in questi anni che si collocano le responsabilità come presidente della Pontificia Commissione Biblica e della Commissione Teologica Internazionale; responsabile per la stesura del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) e della commissione per il Compendio dello stesso catechismo. Da ultimo si aggiunge la pubblicazione, in questi giorni, di Yuocat, il catechismo rivolto ai giovani, lavoro che lui stesso ha incoraggiato e scelto come il vademecum per la prossima GMG di Madrid.

 

 

 

Ma perché ho detto sopra che sicuramente la storia si ricorderà di lui come del Papa del dialogo? Io penso che per comprenderlo basti leggere un suo discorso o osservare le sue azioni in merito al dialogo e all’incontro. A tal proposito mi soffermo su quattro punti essenziali per comprendere insieme la mia definizione: il motto episcopale, le prime due omelie, i discorsi pubblici tra cui quello di Ratisbona e il dialogo con gli Anglicani. Anzitutto il suo motto episcopale che recita “cooperatores veritatis” (cooperatori della verità), espressione tratta dalla Terza lettera di San Giovanni.

Ogni vescovo, quando viene eletto, sceglie un motto che diventa il suo programma per il ministero. Questa prima opzione del vescovo Ratzinger lo colloca dunque molto in alto perché è un impegno arduo cercare e difendere la verità. Il riferimento alla verità nella Sacra Scrittura è, infatti, il riferimento a Dio. Per questo Gesù dice di sé “Io Sono la Verità” (Gv 14,6) e altrove afferma che solo la verità può rendere liberi (Gv 8,32). Essere cooperatore della verità vuol dire allora lavorare per un vero “umanesimo” (espressione ricorrente nel suo magistero) che può rendere libero l’uomo da ogni schiavitù.

È nell’ottica del servizio alla verità che comprendiamo le aperture al dialogo con tutte le culture e con le scienze. Ed è sempre nell’ottica di un dialogo umanizzante che spesso ha richiamato l’attenzione contro un certo relativismo, secondo cui nulla è definitivo è tutto è lasciato alle voglie personali.

 

 

 

Con questa espressione troviamo il collegamento con il secondo punto: le omelie per la Messa delle esequie di Giovanni Paolo II e quella per l’inizio del pontificato. Questi discorsi rimarranno certamente memorabili per la portata delle affermazioni. Infatti, a proposito del relativismo, ha affermato che esso propugna la falsa idea che nulla è definitivo e tutto è dato alla verità personale. Ma noi sappiamo bene che a questa idea si contrappone la persona stessa di Gesù. Egli solo è la misura ultima dell’umanità. Egli solo rivela all’uomo la misura dell’essere uomo. E la nostra stessa esperienza personale ci dice che non può esistere una vita senza un punto di riferimento certo. Anche nella sua prima enciclica, la Deus Caritas Est (DCE), egli riaffermerà la centralità di Gesù come persona. Ed è perché Egli è una persona e non un’idea che è possibile incontrarlo e diventare noi stessi più persone, più umani.

Su questo solco comprendiamo che il suo essersi definito “umile lavoratore della vigna del Signore” (primo discorso pubblico dopo l’elezione) è segno del suo comprendersi come “servo” della verità. È questo l’atteggiamento del discepolo, ovvero di colui che ascolta la parola del maestro, il Signore, e la porta al mondo pur tra le incomprensioni. Il terzo elemento che lo contraddistingue come Papa di dialogo è il famoso discorso di Ratisbona, che tanto suscitò critiche per non essere stato rettamente compreso. Sia qui che in molte altre occasioni egli ha ribadito che la fede ha una sua ragionevolezza che le è propria e che mai va contro la ragione.

È necessario riconoscere che la razionalità può allargare i suoi spazi, senza per questo perdere il fondamento, ed insieme accogliere la fede. La fede non è una intrusa bensì una risorsa per la persona stessa. Come uomo di cultura il Papa spesso ripete questa verità.

 

 

 

Da ultimo possiamo considerare l’impegno ecumenico. Il dialogo con le altre confessioni cristiane e le altre religioni è il segno dell’essere una persona davvero aperta e matura. Solo chi non è integralista vince la paura dell’altro e si apre al confronto e questo è quanto ci sta dimostrando Benedetto XVI. Un fatto storico, che per sempre rimarrà sui libri di storia, è dunque l’avvicinamento con gli Anglicani. Sappiamo bene che quella della separazione con la comunione anglicana è una ferita aperta nel cuore della Chiesa da secoli ed è un segno di dialogo reale che con questo Papa si stia ritrovando la via dell’unità.

Infatti, già dall’ottobre 2009, è possibile per gli Anglicani rientrare in piena comunione con la Chiesa Cattolica mantenendo le loro tradizioni. Che augurare di più a questo grande uomo? Due espressioni classiche voglio riprendere: “ad multos annos”, cioè che si possa continuare così a lungo e “ad maioram Dei gloriam”, cioè che tutto continui per la gloria di Dio come lui stesso desidera.


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