RIFIUTI, LA SITUAZIONE, LE SCELTE, I RISVOLTI
Di Carlo Caprino (del 08/01/2008 @ 18:36:09, in Italia, letto 3136 volte)

Quella dei rifiuti è una situazione esemplare della società occidentale in genere ed italiana in particolare.
Fino a pochi decenni fa, in concetto di “rifiuto” era quasi sconosciuto: tutto o quasi veniva riciclato; il materiale organico andava a concimare la terra e – strano ma vero – era chi puliva i pozzi neri a pagare per ritirare il liquame.


Poi è arrivato il benessere, la cultura del benessere, il ciclo di vita dei prodotti è diventato sempre più breve (una volta una autovettura marciava almeno dieci anni, un cappotto forse altrettanto, oggi siamo alla metà, se non un terzo...) e il costo del lavoro e l’industrializzazione spinta fanno si che molte cose sia più economico comprarle che ripararle, quando si guastano.
Oltre a quanto sopra, una società come la nostra, che ha sostanzialmente soddisfatto i suoi bisogni primari, necessita sempre di nuovi stimoli sensoriali per favorire i consumi; prende così piede il “packaging”, il proporre contenitori di merci accattivanti, che attirino il consumatore aldilà della qualità del prodotto, oltre a proteggerlo dai danni del trasporto dovuto al fatto che i luoghi di produzione e quelli di consumo sono sempre più lontani.


Esempio emblematico è quello della scatola di cioccolatini: fate mente locale sul peso ed il volume di quello che “serve” (il cioccolatino) rispetto al peso ed al volume di carta, cartone, plastiche e pellicole di alluminio che rivestono e proteggono il dolce e noterete una sproporzione impressionante.


Tutto ciò ha aumentato in maniera esponenziale il volume dei rifiuti da smaltire ed evidentemente anche i problemi a questi connessi. In Italia, infatti, le statistiche degli ultimi 5 anni ci dicono che
la produzione dei rifiuti urbani è cresciuta di quasi 2 milioni di tonnellate e pro capite di oltre 30 kg.
Maggiore risulta la crescita dei rifiuti speciali – aumentata di quasi il 100% negli ultimi sette anni –
e per quanto riguarda quelli classificati pericolosi la crescita è stata di oltre il 30% negli ultimi
cinque anni. Tutto questo a fronte di una crescita demografica pari a zero.
Checchè se ne dica, una soluzione condivisa ed “indolore” non esiste, ogni medaglia ha il suo rovescio e bisogna solo – per certi aspetti - scegliere il male minore.


La soluzione migliore sarebbe, ovviamente, quella di non produrre rifiuti; ed in effetti molte nazioni, specialmente scandinave, si stanno orientando proprio in questo senso, sia tassando pesantemente gli imballi, sia favorendo al massimo l’impiego di materiali riciclabili e/o biodegradabili.
Qui da noi siamo ancora al confronto (ideologico, prima ancora che tecnico...) tra discarica e termovalorizzatori (che poi sono sostanzialmente i vecchi inceneritori, solo nobilitati nel nome...).


Il problema delle discariche è oggi, drammaticamente, sotto gli occhi di tutti: all’inquinamento dell’aria e delle falde acquifere sotterranee, allo stravolgimento dell’ecosistema (pensate solo ai gabbiani o ai mammiferi predatori che oggi si nutrono di rifiuti) si aggiunge – come se non bastasse – il fatto che le poche zone oramai disponibili sono o vicine ad insediamenti abitativi (più o meno abusivi, a volte) oppure ad aree naturalistiche o ad oasi faunistiche protette; esempi drammatici sono la discarica campana di Pianura, oggi agli onori della cronaca, che è situata in pieno Parco regionale dei campi Flegrei, e la “nostra” discarica grottagliese in località “La Torre – Caprarica”, situata a un chilometro da un monastero rupestre e sulla vecchia via Appia (entrambi luoghi il cui valore storico-archeologico non sfuggirebbe neppure ad un cieco analfabeta).


Si sente oggi invocare a gran voce il ricorso ai termovalorizzatori/inceneritori, ma questo è – appunto – un “male” diverso e non necessariamente minore. Chiunque abbia un minimo di reminiscenze scolastiche ricorderà che un assunto fondamentale della Fisica è che “nulla si crea e nulla si distrugge”, ergo è IMPOSSIBILE distruggere i rifiuti; bruciarli produce fumi più o meno nocivi (diossina, tanto per citare uno dei veleni presenti) che richiedono filtri e trattamenti particolari e grandi quantità di ceneri – altrettanto inquinanti - da portare indovinate dove? Esatto, in discarica! Ad abundantiam, una verifica anche superficiale dimostra che questi insediamenti producono energia a costi molto elevati ed in quantità molto inferiore all’energia che si risparmierebbe riciclando i materiali invece di bruciarli. Il tutto senza neppure considerare l’impatto ambientale e lo “spreco” di territorio necessario per garantire le opportune distanze di sicurezza di insediamenti abitativi ed agricoli da una simile bomba inquinante.


hi oggi parla di “emergenza” è – bene che vada – un ingenuo, la questione rifiuti è stata fatta lievitare ad arte per mungere profitti economici astronomici, profitti su cui la malavita organizzata si è tuffata a man bassa difendendoli con piombo e intimidazioni. Una “emergenza” è – etimologicamente parlando – una situazione improvvisa ed imprevista, non uno status quo che tra un po’ diventerà maggiorenne. Siamo oramai sull’orlo del baratro ed è scoppiata la classica guerra tra poveri, tra tonnellate di rifiuti bruciate per strada o sistemate a forza di manganellate o con la complicità del buio della notte in attesa di tempi migliori. Oggi però qualcosa sta cambiando, sempre più persone rifiutano di essere le vittime sacrificate al “Dio profitto” e si oppongono acchè il futuro loro e dei loro figli venga seppellito da un mucchio di monnezza o bruciato intossicando i polmoni; come andrà a finire è presto per dirlo, forse dall’ignavia (o dalla cieca complicità...) dei nostri politucoli ci salverà la Comunità Europea, che ha giustamente preteso di vederci chiaro in una situazione che oscilla tra il tragico ed il grottesco. Intanto altrove si dimostra ogni giorno che consumo intelligente, ciclo dei rifiuti integrato, riciclo spinto e raccolta differenziata anche “porta a porta” non sono utopie ma soluzioni praticate e convenienti, sia economicamente che socialmente.
Prima o poi se ne accorgeranno anche da noi.
Speriamo solo non sia troppo tardi.

Carlo C.


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