A GROTTAGLIE ANCORA UN SUCCESSO DE “GLI ULTIMI” NEL LORO CONCERTO-TRIBUTO A DE ANDRE’
Di Carlo Caprino (del 23/04/2012 @ 02:08:28, in Spettacoli, letto 1759 volte)

Approcciarsi ad un artista come Fabrizio De Andrè, complesso ed allo stesso tempo limpido nel suo percorso artistico ed umano, non è facile. Tanto contestato in vita quanto osannato “post mortem”, lo immagineremmo oggi –come lo Zarathustra di Nietzsche – incitare i suoi seguaci a guardarsi bene dall’idolatrare maestri, veri o presunti che siano. Non cadono in questa trappola “Gli Ultimi”, gruppo musicale che – come evidenziato in apertura di concerto – ha tra i molti pregi quello di riunire componenti ed ospiti con esperienze, sensibilità e formazioni tra le più varie tra loro. Mantenendosi ben distanti sia dall’omaggio piatto e stucchevole come dallo stravolgimento egocentrico, Pino Acquaro alla batteria, Valeriano D’Amicis al basso, Carmine Fanigliulo alla viola e tastiere, Ciro Barletta e Giuseppe Spagnulo alle chitarre, Bruno Galeone alla fisarmonica, con la voce di Rosa Caramia e Michele Gregucci, il teatro-danza di Salvatore Blasi hanno portato in scena un omaggio sentito e toccante, che ha emozionato e divertito i presenti, tre generazioni di spettatori insieme ad omaggiare un genio della musica e della cultura.

 

 

 

“Gli ultimi” divertono e di divertono, con uno spettacolo a tratti pirotecnico e coinvolgente sin dalla partenza, con un inizio affidato alle immagini di uno degli ultimi e più noti concerti di De Andrè, seguito da “Il gorilla”, canzone non notissima che mette in mostra il carattere dissacratorio dell’artista ed il registro adottato dal gruppo.




I musicisti sono oramai rodati, e si amalgamano alla perfezione nel dare vita a momenti più intimi come in “Ho visto Nina volare” o nella intensa “La guerra di Piero” e nel trascinare il pubblico come in “Don Raffaè”, “Il Pescatore”o nell’attualissima confessione del bombarolo. Basso e batteria costruiscono un tappeto ritmico ricco e pulsante, le due chitarre giocano e si inseguono tra loro, come fanno fisarmonica, viola e tastiere costruendo un tappeto di volanti melodie che rapisce gli spettatori e supporta alla perfezione il cantato.



La voce di Rosa Caramia è sempre una piacevole conferma, e brilla cristallina tanto in brani struggenti e malinconici come “Via del campo” o “Verranno a chiederti del nostro amore” che nei pezzi più corali come “Geordie” o “Dolcenera”, arricchita, supportata e completata da un Michele Gregucci che alle doti di cantante affianca quelle di perfomer dalla notevole presenza scenica.



Se “Bocca di Rosa” viene fatta propria dalla Caramia, Salvatore Blasi ne “La canzone dell’amore perduto”, ma soprattutto in “Princesa”, stupisce e colpisce con due performance di teatro-danza che lo confermano ancora una volta artista poliedrico e coraggioso, poliedrico e completo nonostante la sua giovane età.

 

 



Sarebbe stato – ovviamente – impossibile racchiudere in un solo spettacolo tutta l’immensa mole creativa di De Andrè, così come sarebbe stato fin troppo facile affidarsi ai suoi brani più famosi; a “Gli ultimi” va riconosciuto l’ennesimo merito di aver offerto una vera e propria antologia, nel senso etimologico del termine, cogliendo fior da fiore da “Un Giudice” a “Andrea”, da “Volta a carta” a “Se ti tagliassero a pezzetti”, passando per “Dolcenera” e “Il Testamento di Tito”, confermando che – ci si perdoni la citazione apparentemente blasfema - “gli Ultimi” saranno i primi perché hanno tutte le carte in regola per esserlo.


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