I CERAMISTI DI GROTTAGLIE, SAGGIO: INGOBBIATURA E INVETRIATURA, I RIVESTIMENTI CHE ESALTANO LE FORME
Di Stefania Elia (del 26/07/2013 @ 17:54:03, in Grottaglie mia, letto 1963 volte)



Definizione di ingobbiatura e invetriatura

Prima di addentrarci in questa fase di lavorazione occorre dare una definizione di ingobbio e invetriatura, ricorrendo ancora una volta a quanto scritto da Ninina Cuomo Di Caprio: “L’ingobbio è un rivestimento terroso in argilla cuocente in bianco con cui viene ricoperto il manufatto crudo nell’intento di nascondere dopo la cottura il colore del corpo ceramico e farlo apparire bianco. È opaco e richiede la sovrapposizione di un’invetriatura per acquistare impermeabilità e lucentezza. Ha scopo puramente estetico e il suo uso è dettato da motivi economici, avendo un costo molto basso. L’invetriatura è un rivestimento vetroso che viene applicato sul manufatto ingobbiato, ancora crudo oppure cotto una prima volta, per dargli impermeabilità e lucentezza e sovente colore. Può avere composizione piombifera, nel qual caso viene chiamato comunemente “vernice” ed è trasparente sebbene possa talvolta essere colorato con ossidi metallici. Oppure può avere composizione stannifera, nel qual caso viene chiamato “smalto” ed è coprente e opaco.

La “robba gialla” è sottoposta a ingobbiatura e invetriatura piombifera e subisce una sola cottura, “la robba bianca” a ingobbiatura e invetriatura stannifera, e subisce due cotture.



La preparazione dell’ingobbio

Per preparare l’ingobbio i figuli acquistano, di solito, in Calabria del materiale argilloso chiamato “caolino” di colore biancastro, ricco di sabbia quarzosa e povero di calcare. Questo caolino si presenta in forma solida per cui deve essere frantumato dopodichè viene messo a bagno in profonde vasche colme d’acqua per poi essere sottoposto a quella procedura che viene definita “stricatura” che consente di separare la sabbia silicea dai minerali argillosi e far decantare l’ingobbio.

Il vasaio immerge le mani nella vasca, solleva i frammenti del materiale argilloso colmi d’acqua, li schiaccia, li strizza e li strofina l’uno contro l’altro sfaldandoli. Il materiale viene fatto decantare per breve tempo finché non si formano due strati, quello che si trova in fondo alla vasca si chiama “rena bianca” ed è costituito da sabbia silicea da utilizzare al mulino per la preparazione degli smalti, lo strato superiore, invece, è formato dall’argilla caolina in sospensione, una miscela di colore bianco che viene usata come ingobbio, chiamata anche “gissu” per la somiglianza con il gesso nel colore bianco latteo e nella finezza.

L’ingobbio viene prelevato da queste vasche mediante una vaschetta grezza dal fondo piatto e viene messo all’interno di recipienti appositi i “limmi”, dove al momento dell’uso viene aggiunta dell’acqua.

 

 

 


L’applicazione dell’ingobbio

L’ingobbiatura avviene su manufatto parzialmente essiccato, altrimenti su una superficie secca tenderebbe a screpolarsi. Sui manufatti di piccole dimensioni viene eseguita per immersione di lato, quasi rotolando sull’ingobbio per permettere solo a una piccola parte del liquido di penetrare all’interno. Successivamente il vasaio rovescia il manufatto per far uscire il liquido in eccesso e poi, tenendolo sempre capovolto, lo immerge nel “limmu” per ricoprire anche la superficie esterna.

L’unica parte del manufatto che non viene ingobbiata è il fondo su cui ricadono le gocce che scivolano sulle pareti quando il pezzo viene raddrizzato. La ragione di ciò sta nel fatto che si vuole evitare che il fondo si inumidisca eccessivamente creando, così, problemi di essiccamento e di cottura. Per i manufatti di grandi dimensioni, l’ingobbiatura avviene per aspersione. Il figulo pone il manufatto sopra una tavola di legno che posiziona sui bordi del “limmu”, poi ci butta dentro una ciotola piena d’ingobbio, lo solleva e lo ruota velocemente in modo tale che le pareti interne si inumidiscano, successivamente lo capovolge per far uscire il liquido in eccesso. Cosparge la superficie esterna spruzzando l’ingobbio contenuto nella ciotola.




Non tutti i manufatti subiscono l’ingobbiatura completa. Molti di quelli appartenenti alla “robba gialla” ricevono un’ingobbiatura solo nella fascia esterna superiore che arriva all’altezza dei manici, una pratica che consente di risparmiare l’ingobbio, il rivestimento piombifero e facilita l’essiccamento di quella parte lasciata scoperta. Per l’ingobbiatura esterna parziale, il figulo prende il manufatto, lo capovolge e lo immerge nell’ingobbio che va a coprire la superficie esterna fino all’altezza dei manici. Lo tira fuori, lo lascia scolare e lo riporta alla posizione originale. Pur essendo il movimento molto veloce, si formano delle sgocciolature irregolari lungo la parete rimasta grezza, caratteristica denotativa dei manufatti appartenenti alla “robba gialla”.

L’operazione dell’ingobbiatura richiede abilità e maestria nel maneggiare il manufatto, perché a contatto con il liquido esso diventa subito molle e potrebbe sgretolarsi. Inoltre, richiede molta forza nelle braccia che devono sollevare manufatti dal grosso peso. Essi, però, devono essere toccati con leggerezza per non lasciare le impronta delle dita impresse e per non deformarli. L’essiccazione dei manufatti ingobbiati Dopo l’ingobbiatura il pezzo viene collocato all’ombra, lontano da correnti d’aria per un essiccamento lento e graduale, in un luogo chiamato “sottolamie” ovvero un soppalco in legno che divide in due l’altezza dei vani della bottega che erano molto alti in quanto vi era stanziata la fornace. Qui rimangono per una o due settimane a seconda delle condizioni atmosferiche e della stagione, vengono più volte girati e rigirati per permettere all’acqua assorbita dalla superficie sia interna che esterna di evaporare con gradualità.

 

 



La preparazione dell’invetriatura

L’invetriatura consente di rendere impermeabili sia l’argilla che l’ingobbio, sostanze entrambe porose. La “robba gialla” viene rivestita da un’invetriatura piombifera trasparente denominata vernice o cristallina, composta da silice e da piombo calcinato, a cui, talvolta, possono essere aggiunti ossidi coloranti, amalgamati in una miscela omogenea mediante una lunga macinazione al mulino. La silice è costituita da sabbia quarzosa, prodotta dal disgregamento di rocce silicee. «Per i vasai di Grottaglie – scrive ancora la Di Caprio - la fonte di rifornimento preferita è la zona della vicina Francavilla, tanto è vero che questa sabbia viene chiamata in dialetto rena rossa ti Francavidda. È una sabbia di colore bruno – rossastro costituita da quarzo con presenza di ossidi di ferro e relativamente ricca di materia argillosa».

Per pulirla il figulo la versa dentro grossi “limmi” pieni d’acqua togliendo i residui vegetali che vengono a galla. Il lavaggio avviene più volte finché la sabbia pulita diventa pronta per l’uso. Il piombo calcinato, detto “chiummu”, è ottenuto dalla calcinazione di rottami piombiferi in un fornetto a riverbero. I due componenti resi omogenei dalla macinazione al mulino vengono applicati sui manufatti ingobbiati che devono essere caldi per poter ricevere da crudi il rivestimento vetroso. In estate, per riscaldare i manufatti è necessario esporli al sole mentre in inverno bisogna riscaldarli nella fornace intiepidita con carbonella ardente. Anche il rivestimento deve essere caldo per cui viene esposto al sole per alcune ore prima di essere utilizzato.




L’applicazione dell’invetriatura

L’applicazione dell’invetriatura avviene all’aperto nel piazzale antistante la bottega dove vengono posizionati l’uno a fianco all’altro i “limmi” colmi delle miscele necessarie. Nel primo “limmu” è contenuta la vernice con cui vengono ricoperte le pareti interne dei manufatti che proviene dalla macinazione della sabbia rossa, piombo calcinato e acqua. Nel secondo “limmu” viene versata la vernice colorata riservata alla parte esterna ingobbiata che, in cottura, assumerà differenti tonalità che vanno dal giallo – miele al marrone bruciato. Questa vernice risulta dall’insieme di sabbia rossa, piombo calcinato, acqua e “firrucina”.

Se il manufatto viene ingobbiato parzialmente ossia, sulla fascia esterna superiore, il vasaio ricopre di vernice solo questa parte seguendo la linea di demarcazione tra la parte ingobbiata e quella grezza. Anche l’invetriatura così come l’ingobbio, crea delle sgocciolature irregolari sulla zona grezza. Un terzo “limmu” è presente solo quando ci troviamo di fronte a manufatti a ingobbiatura parziale. Essa contiene la vernice destinata alla parte inferiore del manufatto, non ingobbiata.

È lo stesso rivestimento contenuto nel secondo “limmu”, reso meno denso dall’aggiunta di acqua in modo tale che i colori appaiano più sbiaditi e il rivestimento serva a dare alla parte grezza una velatura di lucentezza. L’aggiunta di acqua è giustificata dal fatto che la parte grezza assorbe più liquido rispetto a quella ingobbiata. Alcune volte anche per i manufatti completamente ingobbiati, il vasaio adopera per la parte inferiore una vernice molto diluita e capovolge continuamente i pezzi durante l’essiccamento per dare al fondo una buona areazione. L’applicazione dell’invetriatura avviene per immersione o aspersione e segue lo stesso procedimento dell’ingobbiatura. Il manufatto successivamente viene messo ad essiccare e poi avviato alla cottura.

L’invetriatura della “robba rossa”

Il rivestimento della “robba rossa”, al contrario di quello della “robba gialla”, ha una quantità maggiore di ossidi di ferro, un tempo ricavati dalla “farruma” mentre oggi dalla calcinazione e macinazione di barattoli di latta e scatolame in lamiera di ferro stagnata, che vengono aggiunti all’invetriatura piombifera. Dal momento che l’aggiunta del colorante è a piacere del vasaio, i risultati sono diversi da cottura a cottura e variano dal giallo scuro al rosso – bruno. Quando il figulo vuole ottenere il colore verde, gli ossidi di ferro vengono sostituiti dagli ossidi di rame derivanti dalla macinazione del rame chiamato “rame russa”.


L’invetriatura della “robba bianca”

Anche la “robba bianca” necessita di un rivestimento vetroso per rendere impermeabile l’argilla e l’ingobbio. La tecnica, però, risulta essere diversa in quanto la “robba bianca” ha bisogno di due cotture e la composizione del rivestimento oltre al piombo comprende lo stagno che dona all’invetriatura una colorazione chiara e ne aumenta la lucentezza. Dopo l’ingobbiatura, il manufatto subisce un’essiccazione lenta e graduale in ambienti umidi per ridurre il rischio di fessurazioni, dopodichè passa alla prima cottura tra gli 800 e 900° C che lo trasforma in un biscotto di scarsa resistenza agli sbalzi di temperatura e forte porosità, fragile agli urti, caratteristiche negative che nè l’invetriatura nè la seconda cottura riescono ad eliminare. Durante la prima cottura, l’ingobbiatura si salda perfettamente sulla superficie del manufatto e si presenta opaca e di colore biancastro. Per renderla lucente è necessaria l’invetriatura.



Il presente articolo è una riduzione ed un adattamento di alcune parti della tesi di laurea in Dialettologia Italiana della dottoressa Stefania Elia, intitolata “I CERAMISTI DI GROTTAGLIE - SAGGIO LINGUISTICO” e presentata nell’Anno Accademico 2011 – 2012 presso il corso di laurea in Filologia Moderna - Facoltà di Lettere e Filosofia della Università degli Studi di Bari. Non è consentito l’utilizzo e la riproduzione in tutto o in parte, con alcun mezzo, di quanto pubblicato senza il preventivo ed esplicito consenso della autrice, che può essere contattata alla email stefania.elia@alice.it (N.d.R.)


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