CERAMISTI DI GROTTAGLIE, SAGGIO SUL DIALETTO: PRESENTAZIONE DELLE FONTI, ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO
Di Stefania Elia (del 06/09/2013 @ 17:06:11, in Grottaglie mia, letto 1371 volte)

Dopo aver girovagato, a lungo, per il magico Quartiere delle Ceramiche di Grottaglie e dopo essermi imbattuta in ceramisti poco disponibili e alcune volte troppo scettici nei confronti del mio progetto, sono riuscita a scovare nei meandri delle botteghe artigianali due ceramisti disposti a sottoporsi alla mia intervista.

Sono stati individuati due ceramisti appartenenti a due fasce d’età differenti perché, scopo del mio lavoro di ricerca, è quello di studiare e analizzare i fatti linguistici più rilevanti che si possono registrare nel dialetto di Grottaglie. La lingua è in continua evoluzione che, da un lato, si arricchisce continuamente di nuovi termini e dall’altro, invece, ne perde altri che cadono in disuso. La mia analisi si concentra su quella che venne definita “la lingua del popolo” ossia il dialetto che, in questo caso, appartiene al sistema linguistico dell’area meridionale estrema dell’Italia così come risulta dalla suddivisione effettuata da Giovan Battista Pellegrini negli anni ’70 del Novecento .

Partendo dal presupposto che il modo in cui ci esprimiamo dipende da differenti variabili sociali quali l’età, il genere, il livello d’istruzione, stratificazione e contesto sociali, ho potuto constatare che le due fonti hanno dimostrato un diverso approccio al dialetto. Ho voluto soprattutto sottolineare che la differenza d’età tra le due fonti è sintomo della perdita di quella terminologia antica legata al mestiere del figulo. Bisogna anche tener presente la variante psicologica dei due soggetti che implica condizionamenti emotivi che portano a esprimersi in modo diverso.


Fonte B: Luigi Santoro
(Non è pubblicata l'intervista alla prima fonte "A" in quanto il soggetto intervistato ha esplicitamente chiesto che l'intervista non venisse resa pubblica ma fosse utilizzata solo a fini di studio. NdR)

La seconda fonte intervistata è Luigi Santoro di 81 anni, il più anziano ceramista di Grottaglie. Attualmente non lavora più perché la sua veneranda età non glielo consente, ma continua ad essere presente nella sua piccola bottega ubicata all’inizio di Via Crispi, la via che squarcia in due il Quartiere delle Ceramiche. Una volta giunta nella sua bottega e dopo avergli illustrato le mie intenzioni e il mio progetto di tesi mi ha accolto con una gentilezza e una disponibilità mai viste, contento e orgoglioso di poter raccontare il suo mestiere alle nuove generazioni affinché si possa tramandare e ricordare nel tempo.

Al contrario della fonte A, non ha frequentato l’Istituto d’arte; ha quindi, un basso livello d’istruzione. Ha appreso il mestiere direttamente sul campo, frequentando sin da piccolo il Quartiere delle Ceramiche. Prima di intraprendere il mestiere del ceramista ha svolto svariati lavori. Egli non proviene da una delle famiglie di ceramisti più note di Grottaglie e quindi non ha alle spalle una tradizione figulina familiare. La sua produzione si concentra principalmente su ceramiche d’imitazione ellenica. La sua testimonianza rappresenta una fonte ricca di spunti interessanti per il mio lavoro di analisi.

Essendo più anziano della fonte precedente, conserva maggiormente la terminologia dialettale antica. L’intervista è durata un’ora durante la quale la fonte si è mostrata disponibile a rispondere in maniera dettagliata e accurata alle domande che gli ho posto. Ha spiegato nei dettagli come si svolgevano le varie fasi di lavorazione utilizzando i termini dialettali che indicavano i diversi strumenti impiegati nelle diverse fasi o i manufatti che venivano realizzati. Inizialmente, preso dall’emozione, le sue risposte contenevano sia termini italiani che dialettali, poi nel corso dell’intervista, quando si è sentito più a suo agio, ha parlato esclusivamente in dialetto, raccontando anche aneddoti legati alle tradizioni del paese e alla sua vita privata.

Dal suo racconto traspare la fatica, la passione, l’esperienza e la lunga carriera di figulo che ha alle spalle. Anche in questa intervista è frequente un cambio di codice e l’utilizzo di intercalari e riempitivi la cui presenza è molto più frequente rispetto alla fonte A. Il suo enunciato è principalmente in dialetto con rare intromissioni di espressioni italiane. Le sue risposte sono ricche di frasi spezzate, incomplete, di ripetizioni di stessi termini a breve distanza, in cui si nota anche la manca la concordanza tra il soggetto e il verbo. Inoltre, utilizza la gestualità per mimare determinati movimenti o strumenti di cui parlava.

La fonte tende a riportare la traduzione italiana di espressioni o termini dialettali, credendo così, di rendere più chiaro e comprensibile il suo enunciato, talvolta si sforza di ricordare e ricercare termini dialettali per indicare oggetti di cui parlava. In alcuni punti sono presenti intromissioni di dialoghi diretti. Rappresenta uno degli ultimi testimoni e custodi delle tradizioni e dei termini antichi del dialetto grottagliese relativi al mestiere del figulo.

 

 

SCOPO ED ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO

La scelta dell’argomento

La scelta dell’argomento è stata dettata sia dal profondo interesse nei confronti del dialetto, sia dalla volontà di conservare e riportare alla luce la terminologia legata ai mestieri antichi che stanno ormai scomparendo, inghiottiti dal progresso e dalla nascita di nuovi lavori, connessi più all’uso delle macchine che alla manualità. Ho ristretto il campo di studio a un determinato ambiente, quello dei mestieri antichi. Quale mestiere più adatto di quello del ceramista poteva aiutarmi in questa impresa? Uno dei mestieri più antichi praticati nel mio paese ma ancora vitale grazie ai maestri artigiani che lo portano avanti e lo trasmettono alle nuove generazioni, che riescono a rinnovarlo ma anche mantenere vive le antiche tradizioni.

La scelta del mestiere del figulo è stata dettata soprattutto dalla reperibilità delle fonti. Al giorno d’oggi è sempre più difficile trovare una persona che svolge un mestiere antico e ancora più complicato è cercare qualcuno che sia disposto a parlare del suo mestiere in dialetto. Così come scompaiono i mestieri così svanisce la terminologia e il lessico ad essi legati. Questo lavoro di ricerca ha proprio lo scopo di salvaguardare questo piccolo patrimonio lessicale che altrimenti col passar del tempo sarebbe andato perduto. Si tratta di una ricerca condotta sul campo, sull’uso vivo del dialetto grottagliese, e non su testimonianze scritte.

Lo studio del dialetto è stato effettuato dal punto di vista sincronico, pertanto, ho selezionato un determinato momento cronologico, a me contemporaneo, e ho cercato di coglierne i fenomeni fonetici, sintattici, morfologici ma soprattutto lessicali più notevoli. La lingua è un organismo in continua evoluzione, e pertanto, è soggetto a mutamenti repentini nel corso del tempo. L’insegnamento di Aristotele risulta ancora attuale se pensiamo che i rinnovamenti nella lingua sono dettati da una facoltà congenita dell’uomo unita allo scorrere del tempo. A tal proposito è utile il paragone tra la lingua e gli organismi biologici contenuto nell’Ars Poetica di Orazio: «[…] come nei boschi, col passar delle stagioni, cadono le vecchie foglie e spuntano le nuove, così nella selva della lingua, molte parole muoiono, altre germogliano e alcune che sembravano morte rinascono, obbedendo alle volubili scelte dell’uso ma anche alle leggi e alle norme che regolano gli idiomi, implicitamente equiparati ad organismi biologici».

La lingua rappresenta il primo strumento a disposizione dell’uomo, che gli permette di comunicare, di relazionarsi, di ottenere qualcosa, perciò, ha un’importanza fondamentale, forse troppo spesso sottovalutata. Pertanto, ho voluto analizzare non una lingua qualunque ma una lingua a me familiare, che sentivo mia, la lingua con cui ho imparato ad esprimermi, prima di apprendere l’italiano a scuola, ovvero il dialetto. Oggigiorno è presente un atteggiamento negativo nei confronti del dialetto, che viene spesso bistrattato dai programmi scolastici e dai genitori, che considerandolo inutile e di scarso prestigio sociale, evitano esplicitamente di trasmetterlo ai propri figli in favore dell’apprendimento della lingua italiana, soprattutto in seguito all’unità d’Italia allo scopo di raggiungere l’omogeneità linguistica.

L’italiano, infatti, deriva proprio dal latino volgare che appartiene alla famiglia delle lingue romanze o neo - latine. Il latino parlato, soprattutto a causa delle invasioni barbariche, subì una profonda trasformazione, dando origine ai diversi dialetti italici tra cui anche il mio.

Informazioni sull’argomento

Prima di addentrarmi nello studio della lingua, è stato necessario reperire informazioni sul mestiere del figulo, dal momento che ne ero completamente ignara. Ho avviato, quindi, una ricerca presso le biblioteche di Grottaglie, ricche di libri e manuali sulla ceramica. Di conseguenza, ho letto libri che mi hanno consentito di acquisire le competenze necessarie per affrontare nel migliore dei modi i colloqui con i ceramisti. Grazie alla conoscenza delle varie fasi di lavorazione, in cui si articola questo mestiere, sono riuscita a formulare le domande più appropriate da sottoporre ai ceramisti.

Individuazione e scelta delle fonti

La fase successiva del mio lavoro, dopo la scelta e l’acquisizione delle informazioni sull’argomento, è stata quella relativa all’individuazione delle fonti, ovvero di ceramisti disposti a rispondere alle mie domande. Inizialmente, la ricerca delle fonti non è stata semplice, perché mi sono scontrata con la diffidenza e lo scetticismo di alcuni ceramisti nei confronti del mio progetto. La ricerca non è basata su conoscenze pregresse di ceramisti, ma è avvenuta alla cieca.

Così mi sono addentrata nel Quartiere delle ceramiche con la speranza di trovare qualche buona fonte. Il mio scopo è stato quello di individuare almeno due persone appartenenti a due fasce d’età differenti, in modo da evidenziare, in maniera netta, le differenze che intercorrono tra le due interviste, dal momento che una variabile sociale del dialetto è proprio l’età. Il dialetto parlato da un anziano è differente da quello usato da un giovane. Dal momento che la prima fonte non aveva soddisfatto pienamente le mie richieste, essendo scarna di spunti utili alla mio lavoro, sono andata alla ricerca di una fonte più anziana.

Dopo una breve ricerca, grazie al consiglio di alcuni ceramisti, a cui avevo chiesto se conoscessero un loro collega anziano, mi sono diretta presso la bottega di Luigi Santoro, il figulo più anziano di Grottaglie. Sono entrata e davanti ai miei occhi è comparsa la figura di un vecchietto dalla corporatura esile che era seduto su una seggiola. Mi ha accolto con un ampio sorriso e mi ha chiesto cosa desiderassi. Dopo avergli spiegato il mio progetto di ricerca è stato ben lieto di aiutarmi. Abbiamo iniziato così l’intervista. Questa volta, anch’io mi sentivo più pronta e meno imbarazzata rispetto alla prima volta, avendo già avuto un primo riscontro.

Anch’io, come i ceramisti che ho intervistato, non sono abituata a parlare in dialetto con persone che non conosco, a cui generalmente mi rivolgo in un italiano abbastanza corretto, credo. Il dialetto, ormai, viene parlato solo in determinati contesti, come la famiglia, gli amici che condividono lo stesso codice linguistico, o per sottolineare o enfatizzare alcuni concetti; non è più la prima lingua con cui ci esprimiamo. L’omogeneità linguistica, che si è raggiunta con molti sacrifici, in seguito all’unità d’Italia, grazie ad alcuni fattori quali l’obbligo scolastico, l’urbanizzazione, il fenomeno dell’emigrazione, la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, non è in realtà così netta come si crede, perché l’italiano parlato non è quello prescritto dalle grammatiche, ma risente dell’influsso del dialetto; si parla, infatti, delle cosiddette varietà regionali.

Di conseguenza il dialetto, pur non essendo più la lingua della prima socializzazione, ovvero la “lingua materna”, ha lasciato all’italiano alcuni suoi tratti. «Ogni italiano è capace di riconoscere se il proprio interlocutore è settentrionale, dell’Italia centrale, meridionale. […] è la scelta delle parole a svelare la provenienza della persona con cui si sta parlando, talvolta è la sintassi, ma il più delle volte è l’uso di certe caratteristiche fonetiche o, ancora più spesso, è l’intonazione».

La seconda intervista rappresenta una fonte preziosa e ricca di termini dialettali inerenti al mestiere del figulo. Le risposte sono lunghe ed esaustive perché spiegano nel dettaglio le varie fasi di lavorazione. La componente psicologica, in questo caso, ha inciso poco sull’enunciato che risulta fluente. Quest’intervista può essere considerata quasi una fonte pura di dialetto grottagliese con rare intromissioni di espressioni italiane. Essendo una persona più anziana e meno istruita rispetto alla fonte precedente conserva meglio la terminologia legata al mestiere del figulo, e non solo, fornisce anche informazioni inerenti alle tradizioni del paese e alla sua vita privata. Dal punto di vista fonetico sono presenti tutti i tratti caratteristici del dialetto grottagliese.

Dal punto di vista morfologico e sintattico l’enunciato mostra l’uso di frasi spezzate, incomplete, di ripetizioni degli stessi termini a breve distanza, di intercalari e riempitivi tipici del parlato nonché l’utilizzo di lunghe pause che rompono la continuità. È evidente, in molti punti, la mancata concordanza tra soggetto e verbo, l’uso accentuato della gestualità per spiegare in maniera più chiara alcuni movimenti o la forma e dimensioni di alcuni strumenti o manufatti. In particolar modo, la fonte adopera gesti mimetici che «descrivono forma e/ o dimensioni di un referente, oppure riproducono un’azione di cui si parla o a cui ci si riferisce» e gesti deittici o estensivi che «sono i gesti con i quali il parlante indica un oggetto o una persona o la sua collocazione nello spazio».

Infatti, «nella conversazione, o meglio nell’interazione faccia a faccia, la lingua non è l’unico canale attraverso il quale i parlanti veicolano i significati. Molto spesso – anzi, quasi sempre – essi comunicano attraverso la cooperazione di più canali: dei gesti, dell’abbigliamento, della prossemica. Questa comunicazione, che utilizza diversi modi, si chiama multimodale» . Dal punto di vista lessicale, quest’intervista è ricca di termini inerenti al mestiere del figulo di cui la fonte mi forniva una spiegazione dettagliata.

 

 

 

 

La traduzione

La traduzione del testo dialettale in italiano non è stata un’operazione semplice, anzi, mi ha comportato alcune difficoltà. Innanzitutto, nella traduzione italiana ho dovuto eliminare gli intercalari e i riempitivi tipici del parlato. Ho adoperato termini più accurati e ho cercato di ricondurre ad una forma scritta quelle espressioni tipiche del parlato. Per la prima intervista non ho riscontrato molti problemi nella traduzione perché la fonte ha adoperato una costruzione frasale abbastanza corretta costituita dalla sequenza soggetto – verbo – complemento.

Dal momento che ha utilizzato molto spesso espressioni italiane non è stato difficile realizzarne la traduzione. È evidente l’uso frequente del verbo “fare”, in entrambe le interviste, che nella traduzione ho sostituito con verbi che indicavano quella determinata operazione. Stesso discorso vale anche per il sostantivo “cosa” che viene utilizzato abbondantemente e impropriamente e che nella traduzione ho reso con il corrispettivo termine adeguato al contesto. Nel caso delle frasi spezzate o non complete ho cercato di aggiustarne la forma, rendendola comprensibile. La seconda intervista ha comportato maggiori difficoltà per quanto riguarda il raggiungimento di una corretta esposizione in italiano. Pertanto, ho dovuto modificare le concordanze verbo - soggetto, ho dovuto aggiungere il soggetto a frasi in cui mancava e in cui era necessario al fine di comprendere l’intera frase.

Le proposizioni sono più lunghe e articolate rispetto a quelle dell’intervista precedente. Nella traduzione italiana ho dovuto eliminare la ripetizione, molto frequente, delle stesse parole o di intere frasi. Dei termini specifici relativi a determinati oggetti o fasi di lavorazione ho riportato l’esatta traduzione italiana. Molto utile in questa operazione è stato l’apporto del dizionario del dialetto grottagliese che riporta la definizione precisa dei termini di cui l’intervistato non mi chiariva la spiegazione.

La seconda fonte, avendo un livello d’istruzione più basso, non cura molto la forma espressiva e tende a ripetere le stesse parole a breve distanza; ha un lessico ridotto ed essenziale. Frequenti sono le frasi spezzate, le interruzioni, i cambi di discorso, l’uso del “c’è presentativo” e di frasi nominali. Nell’ultima parte dell’intervista è evidente l’uso frequente del discorso diretto, tipico del parlato, che nella traduzione ho riportato con il discorso indiretto.


L’analisi lessicale

Il passo successivo alla trascrizione fonetica delle due interviste è l’analisi lessicale della terminologia adoperata da entrambe le fonti. Pertanto, ho provveduto ad estrapolare i termini di maggior interesse dal punto di vista lessicale, sia quelli prettamente legati al mestiere del figulo, che quelli del appartenenti al lessico comune e colloquiale. Per ciascuna di queste parole ho redatto una scheda in cui ho fornito varie informazioni: una traduzione letterale del termine con relativa spiegazione, l’etimologia, che ho ricostruito grazie all’ausilio del DEI (Dizionario Etimologico Italiano), che talvolta partiva dal latino, altre volte da altre lingue romanze.

Dopodiché ho verificato l’area di estensione e di diffusione dei termini analizzati. In un primo momento, in area tarantina e quindi confrontando i termini del dialetto grottagliese con i rispettivi del dialetto di Ginosa e di Martina Franca, e in un secondo momento, estendendo la mia ricerca ad un area più vasta, dirigendomi prima nella zona settentrionale della Puglia e quindi l’area barese con una particolare attenzione al dialetto di Cerignola, di Andria, sedi di produzioni ceramiche e di fornaci, poi spostandomi verso la zona meridionale e addentrandomi nel profondo Salento e in particolar modo confrontando i termini grottagliesi con quelli del dialetto di Ruffano, comune in provincia di Lecce, sede di una produzione fittile.

Il confronto con l’area tarantina ha messo in evidenza la presenza di parole simili che si discostano di poco dalla forma grottagliese, mentre il confronto con l’area barese ha evidenziato notevoli differenze fonologiche. .



Il presente articolo è una riduzione ed un adattamento di alcune parti della tesi di laurea in Dialettologia Italiana della dottoressa Stefania Elia, intitolata “I CERAMISTI DI GROTTAGLIE - SAGGIO LINGUISTICO” e presentata nell’Anno Accademico 2011 – 2012 presso il corso di laurea in Filologia Moderna - Facoltà di Lettere e Filosofia della Università degli Studi di Bari. Non è consentito l’utilizzo e la riproduzione in tutto o in parte, con alcun mezzo, di quanto pubblicato senza il preventivo ed esplicito consenso della autrice, che può essere contattata alla email stefania.elia@alice.it (N.d.R.)


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