1░ NOVEMBRE, SOLENNIT└ DI TUTTI I SANTI. ╚ LA FESTA DELLA RICERCA DELLA VITA ETERNA
Di Cosimo Quaranta (del 01/11/2013 @ 06:42:01, in Tradizioni, letto 1090 volte)

Se diamo un rapido sguardo al calendario, magari appeso nelle cucine di casa o negli studi, ci accorgiamo a prima vista che ogni giorno è coperto dal nome di un santo, se poi il calendario è più elaborato ne troviamo anche quattro o cinque per data.

Se ci è perciò difficile contare tutti i santi del calendario e andare alla ricerca dei nomi non scritti, comunque possiamo accorgerci che l’elemento della santità è qualcosa di centrale per la Chiesa e dunque per ogni cristiano.

Non si potrebbe, infatti, considerare la realtà cristiana slegandola dalla vocazione alla santità, in quanto celebrare il culto dei santi è ricordare Cristo che nella loro vita ha reso visibile ancora una volta la sua Pasqua. Inoltre anche la Chiesa per definizione è Santa. Analizziamo dunque i vari aspetti della solennità che la Chiesa oggi ci invita a celebrare per comprendere meglio queste espressioni.

L’origine della ricorrenza odierna risale al IV secolo quando la Chiesa che era in Roma adottò l’usanza, che già era di quella di Antiochia, di celebrare in un’unica domenica tutti i martiri; questo avveniva la prima domenica dopo Pentecoste e all’inizio del VII secolo Bonifacio IV stabilì la data fissa del 13 maggio. L’ultimo cambio di data avvenne nell’835 quando Gregorio IV la trasferì al 1° novembre, come oggi.

 

 

 

 

Il culto dei santi ha avuto delle evoluzioni nel tempo, le quali hanno portato la Chiesa non solo a celebrarne la memoria annuale, ma anche ad approfondirne sempre più i significati. Nei primissimi secoli, quando era frequente il fenomeno delle persecuzioni (dobbiamo dire che oggi sono perseguitati e muoiono più cristiani di prima) erano altrettanto frequenti le testimonianze dei martiri. Questi uomini e queste donne avevano dato la vita a causa della fede e i fedeli vedevano nella loro storia un parallelismo tra questo loro martirio e la morte di Cristo, tanto che nei racconti sembra di leggere in filigrana proprio la Beata Passione del Cristo.

Alcuni dei primi martiri furono S. Stefano (26 dicembre; ne parla il libro degli Atti degli Apostoli) e i santi Policarpo (23 febbraio) e Ignazio d’Antiochia (17 ottobre). Cito questi ultimi due tra tanti perché sono i più famosi dei primi secoli ed è attorno a questi che nacque appunto la tradizione di raccontare e tramandare il martirio.

 

 

 

 

 

Elementi importanti di questo culto sono il ricordo annuale nel giorno del martirio e la venerazione verso i resti mortali, le reliquie. Tra II e III secolo si passò dal culto esclusivo dei martiri a quello generico dei santi, allargando il concetto martiriale a tutti quelli che eroicamente vissero la fede e che dunque sono stati testimoni di Cristo anche senza versare il sangue. Uno dei più famosi è San Martino di Tours (11 novembre), del quale un antico Messale scrive: “Egli è certamente martire in cielo, perché sappiamo che non Martino è mancato al martirio, ma il martirio è mancato a Martino” (Messale di Bobbio).

È infine tra il XII e XIII secolo che si stabilizza la prassi della canonizzazione dei santi come la conosciamo oggi (di come avviene una causa di beatificazione abbiamo già parlato in precedenza, più in là parleremo della canonizzazione). Al giorno d’oggi i canonizzati sono diverse migliaia, ma non possiamo dire che quello sia il numero di tutti i santi reali. Esiste, infatti, una schiera innumerevole di cristiani che hanno vissuto santamente e che certamente ora godono della visione beatifica di Dio. Forse la storia non si ricorderà mai di loro, ma il Signore, l’unico che conosce in verità e profondità ognuno, li ha certamente accolti nel suo Paradiso. È anche di loro che oggi siamo invitati a fare memoria.

 

 

 

Come ho detto sopra, la santità è qualcosa di cui la Chiesa non può fare a meno, né può esserci un vero cristiano se questo non si interroga sul proprio cammino verso il Regno dei Cieli. Un documento del Concilio Vaticano II, la Sacrosanctum Concilium, ci aiuta a comprendere tale importanza; così scrive al numero 104: “La Chiesa ha inserito nel corso dell'anno anche la memoria dei martiri e degli altri santi che, giunti alla perfezione con l'aiuto della multiforme grazia di Dio e già in possesso della salvezza eterna, in cielo cantano a Dio la lode perfetta e intercedono per noi. Nel giorno natalizio dei santi infatti la Chiesa proclama il mistero pasquale realizzato in essi, che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati; propone ai fedeli i loro esempi che attraggono tutti al Padre per mezzo di Cristo; e implora per i loro meriti i benefici di Dio”.

Due elementi tra tanti sembrano dunque essenziali: i santi sono proposti alla venerazione non per un loro beneficio, ma per un nostro vantaggio, in quanto possono intercedere per noi presso Dio; essi proprio perché hanno realizzato nella vita il mistero pasquale di Cristo sono modelli da imitare per poter raggiungere a nostra volta la vita eterna. Gli stessi concetti sono ribaditi dai testi liturgici della Messa odierna il cui Prefazio afferma: “Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa, che ci hai dato come amici e modelli di vita”.

I santi sono ancora una volta proposti come modelli di vita, ma con una caratterizzazione in più: sono fratelli nostri. Far salire noi al livello di fratelli loro ci sembra un azzardo e invece non lo è; esso è piuttosto un invito spirituale ad imitarne lo slancio, a riconoscere l’altezza della nostra vocazione di figli di Dio e veri eletti del suo Regno. Questa è anche la volontà del Signore, come è scritto nel Vangelo quando in una parabola Gesù racconta che a chi ha vissuto e meritato in terra la santità, il Signore dirà: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25, 21), dove il poco è simbolo della vita terrena, mentre il molto di quella eterna.

 

 

 

In ultima analisi consideriamo perché la Chiesa è “Santa”. Sostanzialmente essa ha questo attributo perché Dio Santissimo è il suo autore, perché Cristo ha dato la vita per la sua santità e perché lo Spirito Santo la pervade con la sua divinità vivificandola nel cammino verso la santità, verso la meta del Regno dei Cieli. Santo è infatti un attributo propriamente divino, come la Scrittura ci insegna.

Inoltre essa è santa perché nei secoli ha visto nascere al proprio interno molteplici forme e figure di santità, che mostrano tale altissima vocazione. Accanto a questa verità si potrebbe però obiettare che la Chiesa è piena anche di uomini miseri e spesso indegni di tale appellativo, in altre parole che è inesorabilmente composta da peccatori. Se questo è vero, comunque non è sminuita la sua santità perché essa è realmente “dono di Dio”, ma anche “impegno” per l’uomo, come fa notare S. Agostino in disputa contro i donatisti.

La Chiesa riconosce la vocazione alla santità dei suoi membri e per questo li addita quali esempi di virtù e di fede, perché ognuno possa convertire il cuore al Vangelo e, camminando nella Misericordia, correre verso la santità. Affido a S. Giovanni evangelista l’esortazione spirituale che ci deriva dalla solennità odierna; egli così scrive in una delle sue lettere: “Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (1Gv 3,1): è questa oggi la vocazione alla santità che siamo chiamati a realizzare.


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