SAN FRANCESCO DE GERONIMO, VITA E MIRACOLI DEL SANTO CHE UNý GROTTAGLIE A NAPOLI
Di Cosimo Quaranta (del 19/12/2013 @ 06:00:20, in Tradizioni, letto 1122 volte)

A metà del XVII secolo nacque a Grottaglie il santo Francesco de Geronimo che tanto ha portato lustro alla nostra cittadina. Prima di addentrarci nella sua storia affascinante, voglio considerare il periodo in cui visse. Dobbiamo collocarci infatti nell’arco di tempo in cui il meridione d’Italia è sotto la dominazione spagnola già da un secolo, quando gli iberici fecero della nostra semipenisola il viceregno di Spagna.

Dal 1500 infatti il territori da Napoli in giù era passato alla dominazione aragonese dopo quattro secoli di egemonia normanna e periodi svevi e francesi. Questo è molto importante perché salterà all’occhio il fatto che San Francesco de Geronimo fu mandato a predicare a Napoli. Essa era la capitale di questo viceregno e dunque egli era stimato capace di potervi risiedere ed operare nonostante la forte valenza politica della città.

 

 

Grottaglie corrispondeva più o meno alla città antica che conosciamo oggi e i De Geronimo avevano possedimenti importanti in essa che si estendevano nei pressi dell’attuale casa natia accanto a cui è nato in seguito l’edificio del santuario. Francesco nacque primogenito di 11 figli, figlio di Giovanni Leonardo e discendente di una agiata e antica famiglia locale. Il registro del comune di Grottaglie dell’anno 1697 riporta a pagina 353 la data di nascita di San Francesco “a 18 Decembre 1642” e in una nota quasi masoretica che visse e morì nella città partenopea.

Già da bambino mostrò attitudini particolari verso la fede cristiana come una forte devozione a Gesù tanto che all’età di dieci anni decise di staccarsi dalla famiglia per unirsi alla Comunità dei preti di san Mattia, presente nell’attuale chiesetta della Madonna del Lume. Qui ricevette anche la tonsura, il taglio di una parte dei capelli del capo come segno di consacrazione, ad opera del vescovo.

 

 

 

Ancor prima di questo, la tradizione riporta il miracolo della caduta pochi giorni dopo la nascita: cadendo dalle mani della balia andò di testa a terra, ma il pavimento si infossò come per accoglierlo e non fargli del male. Storia o leggenda che sia, l’evento ci dice della santità che gli è riconosciuta da subito: infatti non è casuale che dei grandi santi si diffondano anche storielle simpatiche come questa. Una voce più autorevole ha però affermato che ciò è come una immagine della sua statura morale simboleggiata dal fatto che da quando “è natu san Francesco puru la pov’re ti n’terra è miraclosa!” (p. Michele Ignazio D’Amuri sj).

Francesco si distinse per la generosità verso i poveri. Anche di san Nicola raccontammo della prodigalità e al nostro concittadino è legato un episodio sul pane. Pare che un giorno diede ai poveri tutto il pane che era in casa e che la madre lo rimproverò per il gesto; senza perdersi d’animo il figlio la invitò a confidare nel Signore e lei, avvicinandosi alla credenza, la aprì e accadde il prodigio per cui si trovò più pane di quanto ce ne fosse stato prima.

Ma Francesco sapeva che “chi ha pietà del povero fa un prestito al Signore, che gli darà la sua ricompensa” (Proverbi 19,17), come afferma la Sacra Scrittura. Così accadde, similmente all’episodio di Elisabetta d’Ungheria raccontato già in un altro contributo [clicca qui per leggere l’articolo].

 

 


Nel 1659 si trasferì a Taranto per seguire il seminario dei Gesuiti, in cui approfondì la retorica, la filosofia, il diritto e la teologia. In seguito fu ordinato sacerdote il 20 marzo 1666 a Pozzuoli e iniziò il suo noviziato. L’anno prima era morta la madre, Gentilesca, pochi giorni dopo la nascita dell’ultimo figlio (Tommaso, il quale poi divenne arciprete di Grottaglie). Per tre anni (1671-1674) fu mandato in missione nella diocesi di Lecce, nonostante il desiderio di partire per le Indie. Infatti, il desiderio missionario gli nacque prestissimo, divenendo forte in lui dopo l’esperienza di Lecce, come testimonia la lettera al padre generale della Compagnia di Gesù (nome per esteso dei Gesuiti) del 25 maggio 1675.

Gli costò molto l’obbedienza, ma questa fu la garanzia che operava secondo la volontà del Signore; ed è l’esperienza religiosa che ancora oggi insegna questa piccola certezza. Napoli e i suoi quartieri bassi furono le sue “Indie”, come gli scrisse il padre generale della Compagnia: “Indie molto ricche e di fatiche e di anime ha ella trovate costì (a Napoli). Quivi desidero che seguiti ad impiegare il suo apostolico zelo”; non a caso fu in questa città che il santo si acquistò la fama di predicatore o, se vogliamo, di “missionario di Napoli”.

A Napoli inoltre non vi andò da solo, ma con il fratello Giuseppe Maria (settimogenito, 1654-1713) e da lì scrisse al padre Giovanni Leonardo che non sarebbe più tornato a Grottaglie, poiché essere Gesuita era la volontà di Dio per lui. Anche Giuseppe emise la professione religiosa, entrando in noviziato il 20 giugno del 1670. Lo zelo di Francesco si riscontra molto nell’opera di conversione che fece tra i napoletani, in particolare nei quartieri spagnoli, tra le prostitute, i carcerati e i soldati.

Per questi organizzò delle missioni nelle quali lui stesso predicava, confessava e – più di tutto – salvava molte anime dalla morte eterna riconvertendole a Cristo. Così si racconta, ad esempio, della prostituta che, convertita dalla sua predicazione, corse fuori di casa strappandosi i capelli e buttandosi ai piedi del crocifisso. Si potrebbero raccontare molti episodi, ma questo porterebbe via molto tempo. Nella capitale del viceregno Francesco si distinse per un lavoro dimenticato dalla tradizione orale dei nostri giorni, ma che ci permette di collegarlo con san Ciro.

Egli infatti si occupò di risistemare tutte le cassette delle reliquie nella chiesa del Gesù Nuovo (nella quale oggi è conservata anche una sua reliquia) e tra queste vi furono anche quelle del martire alessandrino. In fondo a sinistra, prima della cappella in cui si conservano alcuni resti del nostro esimio concittadino, è collocata la statua di san Ciro alla cui sinistra è stata posta una cappella più piccola piena di ex-voto che ci raccontano dei miracoli del santo in quel di Napoli. Il nostro gesuita addirittura compì dei miracoli taumaturgici con l’olio di san Ciro, fatto che diffuse presto la fama sia di Francesco che del martire.

In questo leggo un passo del Vangelo in cui Gesù disse: “Chi crede in me, anch’egli compirà le opere he io compio e ne compirà di più grandi di queste” (Giovanni 14,12). San Francesco non si limitò solo a mettere in ordine le reliquie, ma ne mandò anche alcune a Grottaglie (da qui e dalla sua predicazione nacque il culto del santo martire) e una parte le tenne sempre con sé, legandosele al collo. Nel 1707, dopo quarant’anni di assenta dalla nostra terra, tornò a Grottaglie, invitando i nostri avi a costruire una cappella in onore di san Ciro all’interno della Chiesa Madre e continuando così a diffonderne il culto.

Così disse: “Ma da voi voglio che, quale patrono, gli edifichiate una cappella in questa chiesa ed io vi prometto di mandarvi da Napoli una statua da collocarsi in questa cappella”; Francesco fu di parola, come un vero grottagliese.

 

 


Tornato a Napoli si ammalò gravemente. Nella chiesa del Gesù Nuovo celebrò un’ultima volta il 19 aprile del 1716 e si spense a questo mondo l’11 maggio seguente. Il suo corpo fu riposto in una cappella della stessa chiesa dove predicò. Fu beatificato da Pio VII nel 1806 e canonizzato il 26 maggio 1839 da Gregorio XVI. Pochi anni prima, nel 1830, l’arcivescovo di Taranto mons. Antonio de Fulgore pose la prima pietra per la costruzione del santuario a lui dedicato e fu durante la sua costruzione che si verificò un altro dei miracoli: una grossa pietra che cadde sulla testa di uno dei costruttori si ruppe in due salvando l’operaio stesso.

Nel 1945 le reliquie furono trasferite da Napoli a Grottaglie e custodite nel santuario a lui dedicato. Nel 2009 in occasione della missione cittadina, per la vicaria di Grottaglie-Montemesola, le reliquie del santo hanno peregrinato per le diverse parrocchie. Al giorno d’oggi sono due i momenti di festa principale nella nostra cittadina: l’11 maggio, giorno della morte, e il 4 settembre, giorno della festa liturgica in cui la processione con il simulacro del santo sfila per le vie cittadine.


Gir: 24 ore su 24, 365 giorni all'anno, dalla Citta' di Grottaglie