LA CHIESA CELEBRA OGGI LA MEMORIA DI SANTO STEFANO, PRIMO MARTIRE CRISTIANO
Di Cosimo Quaranta (del 26/12/2013 @ 06:36:58, in Tradizioni, letto 1243 volte)

Santo Stefano fu uno dei primi martiri della Chiesa universale. Non sappiamo se prima di lui ve ne furono molti altri, ma è certo che egli visse in un periodo di grande ostilità verso la Chiesa nascente. A buon diritto possiamo parlare di Chiesa, in quanto lo stesso libro degli Atti degli Apostoli (lo scritto di S. Luca in cui si narra del nostro martire e degli albori della comunità cristiana) usa questo termine.

Dunque per conoscerlo non possiamo non riferirci al racconto che ne fa la Sacra Scrittura. La storia di Stefano inizia con la sua comparsa nel cap. 6 degli Atti, per terminare in 8,2. Se volessimo dunque paragonare la sua rilevanza ad un personaggio del Vangelo o ad un apostolo del Nuovo Testamento in generale, dobbiamo riconoscere che S. Stefano si colloca tra i protagonisti assoluti dell’evento cristiano, già soltanto per lo spazio che gli viene dedicato.

 

 

 

Egli è un uomo molto saggio e di una fede forte e sicura. Si dice infatti che fosse stato scelto come collaboratore degli Apostoli e che questi cercassero esclusivamente “uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza” (At 6,4). Tanta era la sua buona reputazione che fu designato quale collaboratore del gruppo dei dodici apostoli per sostenere le attività caritative della Chiesa. Mentre i Dodici si dedicavano alla preghiera e alla diffusione della Parola di Dio, Stefano e altri sei aiutanti, che presero il nome di “diaconi”, si occupavano del servizio alle mense dei poveri e dell’assistenza di quanti vivessero in situazioni di povertà.

Stefano non era soltanto un semplice aiutante, ma aveva in sé un di più che lo sosteneva e che lo contraddistingueva: la “grazia e la potenza” di Dio (At 6,8). Egli, infatti, si distinse presto tra i seguaci di Cristo per alcune peculiarità che gli divennero subito proprie. Si racconta che egli compisse molti “prodigi e segni” (6,8) tra il popolo di Israele e che predicasse con così tanta eloquenza e saggezza che nessuno riusciva “a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava” (6,9). A causa di queste sue doti, le quali comunque provenivano da Dio, egli non era ben visto dalla comunità ebraica e siccome non riuscivano a vincerlo con le parole, decisero di tirargli un colpo più forte facendolo calunniare.

S. Luca annota, infatti, che dopo averlo portato davanti al sinedrio con l’accusa di blasfemia, “presentarono falsi testimoni” (6,13) e si ripete per lui quanto avvenne nel tribunale contro Gesù per cui “alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui” (Marco 14,57); inoltre accadde quello che si ripete ancora oggi, in tante parti del mondo, contro i cristiani. Sembra un dato di fatto che solo con l’accusa del falso si riesca a condannare a morte, proprio come fu con Stefano e con il suo Maestro, il Cristo.

 

 


Memorabile è il discorso di Stefano pronunciato a sua discolpa davanti al sinedrio. L’autore degli Atti riporta la testimonianza secondo cui tutti videro il suo volto diventare “come quello di un angelo” (At 6,15). Tutto il capitolo 7 degli Atti degli Apostoli è questo bellissimo discorso in cui fa, per così dire, un’esegesi della storia della salvezza. Sarebbe bello se ognuno lo leggesse proprio in questi giorni del periodo natalizio, perché potrebbe aiutare a recuperare il senso della storia che ci insegna Dio.

La nostra storia infatti non è un semplice scorrere e avvicendarsi degli eventi uno dopo l’altro, ma è una “storia di salvezza”. Essa è dunque un tempo abitato da Dio e la solennità del Natale altro non ci ricorda che viviamo un tempo visitato dal Signore per cui non vi è momento che non possa essere propizio per l’incontro con Lui. È interessante che Stefano parta dal “nostro padre Abramo” (7,2) e, facendo notare come in lui Dio abbia stabilito una prima alleanza, scorre la storia dei patriarchi, dei profeti e del popolo di Israele fino a giungere ai loro giorni. Il racconto si conclude con la venuta di Cristo che Dio aveva preparato da sempre; infatti è questo il momento in cui il suo Figlio ci ha salvati dalla morte eterna.

 

 


Le parole di Stefano non piacquero al sinedrio e ai presenti, anzi molti divennero più furibondi e, mentre in visione “fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio” (7,55), gli altri “gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo” (7,57-58). A questo punto della narrazione (ma tu guarda un po’ la Provvidenza di Dio!) compare un nuovo personaggio: il giovane Saulo.

Se a molti può suonare nuovo questo nome, egli è quello che diverrà San Paolo e che qui, prima della sua conversione, è tra quelli che approvano le persecuzioni contro i cristiani ed è testimone del martirio di Stefano. La morte di Stefano ha molto in comune con quella di Gesù. Sebbene siano stati uccisi in maniere differenti, entrambi proferiscono le medesime parole, segno eloquente che c’è una condivisione di spirito e di intenti. Entrambi muoiono innocenti e testimoni di un Regno che i cuori induriti degli Israeliti non vogliono accogliere. Ecco dunque che Gesù, rivolto al Padre, disse in croce: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Luca 23,46) e così ora Stefano dice: “Signore Gesù, accogli il mio spirito” (Atti 7,59). E ancora Gesù aveva pregato dicendo: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Luca 23,34) e ora Stefano ripete: “Signore, non imputare loro questo grande peccato” (Atti 7,60).

 

 


S. Stefano è anche definito il “protomartire”, che significa “il primo martire”. Proprio perché è il primo della storia della cristianità di cui abbiamo testimonianza. Per questo suo essere tra i martiri della Chiesa primitiva, è venerato sia dalla Chiesa Cattolica che da quella Ortodossa. Nel V secolo si diffuse anche la voce del ritrovamento delle sue reliquie e che per vie traverse sarebbero arrivate a Minorca (nelle Isole Baleari), a Costantinopoli, a Roma e anche a Venezia.

Certo è che non si sa se le reliquie fossero vere – data anche la distanza di tempo dalla sepoltura al ritrovamento – ma la devozione nei suoi confronti si diffuse presto specialmente perché si trattava di un martire. La sua memoria ricorre, come oggi, il 26 dicembre; cade nel giorno successivo al Natale poiché si è voluto accostare la nascita del Redentore con il primo dei martiri cristiani, quasi come segno della piena testimonianza che i martiri danno di Cristo. Fino al 1960 si celebrava in suo onore una commemorazione anche il 3 agosto, giorno del ritrovamento delle sue reliquie. In Puglia è patrono di Putignano (Ba), Taurisano (Le) e Trinitapoli (Bt).


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