TARANTO A CAPITALE DELLA CULTURA PER IL 2019: RISANAMENTO DELL’ILVA E LA RUHR IN GERMANIA
Di Redazione (del 28/12/2013 @ 06:12:07, in Territorio, letto 1121 volte)

Quando nel giugno-luglio 2013 ho sostenuto le presenti note, tra indifferenza dei più e disattenzione dei meno (meno male) sembrava che le mie parole fossero indiavolate, non mi volevano ascoltare.” Lo scrive l’ Architetto Ciro Masella - candidato al Consiglio dell’Ordine 2013-2017, socio fondatore di INBAR Taranto e ora socio INBAR Brindisi - in una nota dal programma pubblico per la sua candidatura presso l’Ordine degli Architetti di Taranto, affermando: “La mia diseducazione alla diplomazia mi portava alla “deriva”. Delle belle forze civili istituzionalizzate si erano mosse a sostenerne la candidatura della città a capitale europea della cultura per il 2019. Poi tutti sappiamo che questo loro sogno non si è avverato. Ma avevano gli occhi bendati, non avevano guardato a ciò che Taranto aveva non fatto e non programmato nel passato.

Vedevano il business della progetto della città a “parti” finanziata, cofinanziata… etc…insomma ci si voleva muovere sulla linea che se ci sono i soldi possiamo ambire a diventare qualcuno. Ma ciò purtroppo non è successo e aggiungo meno male! L’Ordine degli Architetti di Taranto ha sostenuto la candidatura della città.

Forse era un fatto inevitabile, tenendo presente il fatto che la democrazia esiste e tutti devono poter esprimere le loro opinioni anche se certe volte appaiono “confezionate” e sull’idea che tutto è possibile, purchè se ne parli
.

 

 

 

Senza una base progettuale reale dove si va? Chiede l’ Architetto Ciro Masella. Per procedere verso un “sistema” istituzionale del genere non bisogna pensare alla Taranto di ieri soltanto ma alla Taranto di oggi (questo vale per qualsiasi città candidabile a Capitale della Cultura). La città di ieri non viene messa in discussione. Il Riferimento è alla città letta sia dal punto di vista archeologico che storico e architettonico.

Parafrasando e accogliendo appieno alcuni concetti pubblicati in luglio 2013, dallo scrittore Pier Franco Bruni “ e ritornando sul tema, in questi ultimi giorni, è la Taranto culturale di oggi che manca” sì, manca, perché una città che non ha un progetto culturale con un Ente Provincia che non ha avuto, in questo quasi ultimo decennio, una proposta progettuale articolata e definita come modello da compararsi con altre realtà (vedi Lecce o Matera), guarda caso sia Lecce che Matera oggi sono ancora in lizza, e Taranto, la nostra Taranto non lo è più!.

Essa resta tagliata fuori dai riferimenti nazionali. Non basta avere un Museo Nazionale. Non basta avere una Università, ci vogliono le azioni culturali. Ci vogliono i fatti culturali. Ci vuole l’immagine culturale. Tutto questo significa Progettualità sulle premesse di una “storia” breve connaturata su un sistema di “occasioni”. Lecce per esempio è realmente una Capitale di stile ed eleganza culturale, di modelli culturali, di eventi e avvenimenti. Modello che oggi Taranto non ha. Si pensi, invece, a costruire le basi per una possibile ed eventuale candidatura per gli anni prossimi con una sostanziale progettualità in un legame a sistema concreto tra l’università ( le Soprintendenze, il mondo dell’associazionismo.

Ma alla base deve esserci un Ente locale che deve realizzare un Progetto, autonomo e originale, con una sua unicità globalizzante, sulla base chiaramente delle identità territoriali
.

 

 

 

Gli eventi – ribadisce l’ Architetto Ciro Masella - giocano una partita importante e straordinaria: quegli eventi che creano una connessione con i percorsi nazionali e internazionali. Oggi non ci sono neppure le premesse, neppure le logiche nel relazionare la cultura alla progettualità. La nota costante del mio programma era ed è : CAMBIARE-MODIFICARE AVENDO VOGLIA DI FARLO CON CURA. A Taranto non ci sono movimenti significativi “partecipati” di grande impegno istituzionale nel campo dell’Architettura.

Le poche figure diciamo più istituzionali (che qui chiamerò OMOGENEE) hanno trovato una loro propria confacente organizzazione all’interno delle amministrazioni comunali e provinciali. Le pochissime personalità (CHE QUI CHIAMERO’ ETEROGENEE) invece hanno lavorato molto ma non sono riuscite a rappresentare un crogiulo culturale di crescita sul dibattito architettonico contemporaneo ed hanno finito per essere divorate dalla loro stessa azione dirompente e assolutistica. Non è questo di certo l’esempio che vogliamo, non è di questo che gli architetti giovani e meno giovani hanno bisogno.

L’Ordine degli Architetti deve fare uno sforzo a “rappresentare” un cambiamento se non vogliamo rimanere in un lago stagnante, in cui sono sempre prevalsi gli interessi di parte. Occorre che vengano invitati Architetti di fama nazionale e internazionale capaci di prestare la loro parola, il loro insegnamento perchè possano essere questi recepiti quali interpreti del mondo che cambia. Vedete questo atteggiamento può sembrare di poco conto ma non lo è perché intanto saremo consapevoli di ciò che siamo, e mi rendo conto che molti non vogliano prendere consapevolezza di ciò, ma molti invece sanno che l’interdisciplinarietà, lo scambio culturale possono portare a migliorare la nostra realtà.

Se riuscissimo ad essere umili riusciremmo ad accettare le cose migliori per migliorare soprattutto noi stessi. Ci siamo sempre ancorati alla storia, ai suoi racconti alla sua mitologia per cercare di stare in pace con la nostra coscienza di architetti???? Molte realtà come Lecce stanno facendo passi da gigante mettendosi in gioco nella maniera contemporanea partendo dalla storia, dalle tradizioni e dai costumi per aprire gli scenari contemporanei e futuri, forse. Pensare ad un Istituto per le “trasformazioni fisiche” dell’area metropolitana tarantina, che miri alla progettazione urbanistica con metodi “perequativi” e non “compensativi”, a quella architettonica e al suo recupero, con al centro soggetti, istituzioni interessate diverse e variegate. Il sistema normativo nazionale ha interpretato le direttive europee impropriamente per portare ad una distruzione lenta inesorabile dell’attività professionale dell’architetto e di altre congiuntamente.

Ciò non è avvenuto per esempio in Francia e Spagna con le stesse direttive. Dobbiamo invertire le tendenza! Per una Architettura ecososenibile ( greenbuiding e green economy) è imprescindibile progettare in questa ottica contemporanea, ma dovremo essere consapevoli che ciò non significa che stiamo costruendo una città sostenibile. La sostenibilità non è una questione solo di energia, è essenzialmente rideterminazione di una coesione sociale all’interno della città progettando luoghi adatti a fare stare bene le persone. Occorrerà riorganizzare la “domanda di attività”, favorendo la creatività in una ottica interdisciplinare del nostro mestiere, non più relegandola agli aspetti settoriali del fare architettura.

La professione non deve più essere vista isolatamente bensì in una ottica di interdisciplinarietà. Oggi ricorriamo a termini come architettura bioenergetica, sostenibile, bioarchitettura, bioedilizia, ecologia, cibi bio, agricoltura biologica, per definire ciò che invece da sempre ha avuto la dignità di una disciplina conosciuta dagli antichi maestri, dagli albori della storia alla presunzione tecnologica attuale. La terra è un essere vivente il cui sistema biologico è formato da correnti energetiche di natura diversa, da reti telluriche e cosmiche che entrano in relazione con l’uomo, l’urbanistica e l’architettura, il mondo animale, vegetale e minerale. Sono stato l’organizzatore a Crispiano (Ta) nei mesi scorsi di una presentazione di un libro che si chiama TERRA VIVA di Graziana Santamaria e del seminario: Architettura sostenibile, geo-biologia e medicina dell’habitat, perché si vorrebbe che fosse il sud a diventare referente di “CASA VIVA proprio da Crispiano, e non da Bolzano, diventato referente tecnico di “casa clima”.

Ciò per fare meglio comprendere a tutte quelle professionalità che si relazionano con il mondo vivente (architetti, ingegneri, medici, agronomi, veterinari, naturopati, chef, produttori del comparto alimentare, allevatori, coltivatori, ecc.) la relazione olistica tra l’ambiente e le nostre azioni intese come costruzioni, coltivazioni, produzioni di cibi, o di luoghi che dovrebbero essere rigeneranti e di conseguenza ne deriverà anche un nuovo modo di “leggere” i luoghi e comprenderne le energie da far fruire ai visitatori, quindi un innovativo approccio al marketing turistico.

RIFLESSIONE SUL RISANAMENTO DELL’ILVA DI TARANTO PRENDENDO COME MODELLO I BACINI DELLA RUHR IN GERMANIA

Il risanamento dei bacini della Ruhr in Germania 4.432 kmq di superficie, oltre 6 milioni di abitanti, 142 miniere di carbone, 31 porti industriali fluviali; 1.400 km di autostrade e tangenziali). E’ la carta d’identità del “Bacino della Ruhr”, in Germania, l’area finita di bonificare in dieci anni (1990-2000) a tutt’oggi un esempio seguito da tutti gli architetti, i bio-architetti e gli ingegneri del mondo industrializzato. All’inizio l’obiettivo era quello di contrastare i fenomeni di progressivo declino economico e di fortissimo inquinamento ambientale. Nel 1989 alcuni comuni si consorziarono per dar vita a un’importante operazione di risanamento del territorio.

Negli anni si è trasformata nella più colossale riconversione industriale del mondo. L’esempio più rilevante consiste nel Parco Paesistico di 320 kmq, distribuito lungo gli 800 kmq del territorio fluviale dell’Emscher. L’Emscher era in origine un fiume canalizzato e usato come fogna a cielo aperto per la zona industriale. Il costo totale è stato di due miliardi e mezzo di euro. Era una delle aree più industrializzate del mondo. Carbone e acciaio ne disegnavano la struttura urbana e sociale: le profonde gallerie che, svuotando dall'interno, producevano incredibili subsidenze, le grandi cokerie, i depositi immensi come cattedrali, la rete delle ferrovie, le zone abitate dagli operai che crescevano come anelli intorno alle aree industriali, il fiume Emscher usato come collettore delle acque nere perché qualunque conduttura interrata sarebbe stata frantumata dai movimenti del sottosuolo, le montagne di detriti tanto vaste da muovere l'orizzonte altrimenti assolutamente piatto.

La grande ricchezza prodotta trovava riflesso nella dignità delle “sale paga” in cui i minatori in fila ricevevano compenso per il duro lavoro, nei fregi delle stazioni, nella ricercata eleganza di alcune strutture industriali in cui la razionalizzazione dei processi ci teneva a mostrarsi come immagine simmetrica e volumetricamente scandita nei piani e nelle vibrazioni dei materiali. Poi quasi all'improvviso i tempi sono cambiati: i filoni utili sono risultati troppo profondi, il carbone è diventato poco gradito nelle società ricche data la sua carica inquinante, l'acciaio non era più materiale strategico. La grande Ruhr per cui si erano nel tempo mobilitati gli eserciti e le diplomazie, ha perso smalto, appetibilità, interesse.

Una dopo l'altra le miniere hanno chiuso i battenti, le cokerie non fumavano più, la matassa dei binari che affettavano le aree urbanizzate è arrugginita, l'erba è spuntata tra il groviglio dei tubi nelle fabbriche dimesse; così un po' di turchi sono tornati in patria e molti industriali si sono trasferiti altrove. Ma il progredire minaccioso della disoccupazione in una regione che per decenni aveva richiamato immigrati da tutto il mondo, ha impaurito e prostrato una popolazione formata per la stragrande maggioranza da dipendenti di grandi strutture e quindi per sua natura poco imprenditoriale. I relitti di un passato che non poteva tornare si ergevano imponenti a segnare un paesaggio che ora per la prima volta nella storia si mostrava agli occhi degli abitanti solo nei suoi termini negativi, grigi, sporchi, squallidi, poveri.

Nella terra abituata all'orgoglio dei primati (la ciminiera più alta, il gasometro più grande, la rete ferroviaria più capillare, la miniera più profonda, l'acciaieria più specializzata) si faceva strada l'alcolismo, la droga, la depressione. Persino l'orientamento politico, assieme allo scontento ed alla protesta, stava repentinamente cambiando e la “rossa” Ruhr si orientava sempre più a destra. Poi a qualcuno è venuto in mente di trasportare l'idea dell'IBA (Internationale Bauausstellung = mostra internazionale di architettura) che era riuscita a imporre Berlino all'attenzione della cultura contemporanea, sulla sporca area dell'Emscher, il fiume/cloaca che tuttavia conservava nei ritagli e nelle pieghe delle aree industrializzate, ai confini tra una miniera e l'altra, tra un comune e quello vicino, vasti fazzoletti dimenticati di verde.

Naturalmente una IBA con obiettivi e strategie diversi. In questo caso non erano determinanti le grandi firme, l'esibizione di griffe altisonanti, la mostra dei modelli che l'architettura stava elaborando per rispondere alle mutate esigenze quantitative della ricostruzione post bellica. Nella Ruhr era importante ricucire, restituire logica e significato a dinosauri senz'anima e senza speranza, ripulire e bonificare l'area, soprattutto reinnescare processi di affezione e di appartenenza. Solo dieci anni a disposizione (1990-2000) per far nascere piccole imprese, per dotare gli abitanti di una mentalità più dinamica, per ridisegnare la geografia delle strade e persino di molte città cresciute come atolli intorno a miniere che non c'erano più e la cui chiusura aveva interrotto attraversamenti reali o solo mentali.

L'IBA Emscher Park, gestita in maniera mirata e coinvolgente, a volte quasi visionaria da Karl Ganser, il direttore con pieni poteri, si è mossa per scelta politica chiara lungo due coordinate che volta per volta stabilivano l'efficacia e la graduatoria del singolo progetto: lavoro ed ecologia. Ogni iniziativa, ogni proposta, ogni suggerimento doveva rispondere prioritariamente a questi due imperativi: creare opportunità d'impiego e contribuire a riqualificare il territorio.

I progetti “adottati” ricevevano il marchio IBA e diventavano per il sistema politico / amministrativo di prima priorità; su questi confluivano tutte le risorse normalmente disponibili per l'incentivazione industriale, per la bonifica delle aree, per le energie alternative, per l'occupazione, per il sostegno alla disoccupazione, per il riequilibrio territoriale ecc. La struttura dell'IBA, forte di circa 300 dipendenti, non gestiva direttamente finanziamenti ma fondamentalmente fluidificava le decisioni, organizzava incontri, convocava conferenze di servizi, forniva consulenza organizzativa e manageriale, tutte operazioni strategiche in una situazione fortemente stratificata in cui antiche strutture organizzative cariche di poteri decisionali, pur obsolete e poco utili nel nuovo quadro operativo, si ostinavano a mantenere posizioni e privilegi. Accanto a quest'opera di mediazione, altrettanto importante è stata l'impostazione psicologica che ha caratterizzato l'operazione, finalizzata a ristabilire tra la popolazione e il territorio l'antico orgoglio dell'appartenenza. Se ecologia e lavoro erano gli obiettivi, coordinamento e coinvolgimento sono strati gli strumenti.

Ogni singola e sia pur elementare azione è stata annunciata, sbandierata, dichiarata per riuscire a portare la gente nelle sale, convincerla a leggere i giornali e seguire l'evoluzione dei progetti e la loro dinamica come si trattasse di un campionato di cacio. I passaggi, i fischi di sospensione, le rimesse laterali e le conclusioni venivano seguiti e commentati dalle radio e dai media, stimolati in questo dall'apparato dell'IBA forte di giornalisti, psicologi, sociologi, facilitatori, fotografi tutti protesi a vendere la trasformazione del territorio come avvenimento corale.

È qua –
conclude l’ Architetto Ciro Masella - che si concretizza e trova la sua più efficace attuazione quella strategia denominata marketing urbano che è riuscito a stabilire nuova alleanza tra la società e il sistema. Mentre alcuni dei vecchi minatori continuano a frequentare le gallerie e le sale macchine nella nuova veste di guide e ciceroni di un passato che non vuol essere dimenticato, numerosissime nuove piccole industrie soprattutto nel settore informatico, nella distribuzione e nell'artigianato occupano gli antichi spazi frazionati dall'ente pubblico e rimessi a disposizione dei privati. Il livello culturale è molto cresciuto grazie a scuole superiori e università concretamente finalizzate allo sviluppo; una parte degli antichi canali in cemento sono stati naturalizzati; molte delle grandi industrie che hanno fatto la storia della Ruhr sono state trasformate in pachi aperti al pubblico; i villaggi dei turchi sono stati restaurati e dotati di piccoli orti privati; i monumenti più importanti ripuliti e lustrati per nuove destinazioni culturali; l'aria è tersa e la polvere nera che un decennio prima copriva ogni cosa, è solo un ricordo. Il nuovo si intreccia al vecchio portando nuove letture e nuovi significati. Il difficile passaggio oggi è compiuto."


Gir: 24 ore su 24, 365 giorni all'anno, dalla Citta' di Grottaglie