DALL’UCCISIONE DI CALABRESI A QUELLA DI MORO: GIORNI DI FUOCO NELLA PAZZIA IDEOLOGICA
Di Pierfranco Bruni (del 10/01/2014 @ 05:45:30, in Cultura, letto 991 volte)

Sono passati annilunghi dalla morte di Luigi Calabresi. 1972. In questi giorni, in due puntate Rai Uno, ha ricordato, in sintesi, una stagione di fuoco che ha attraversato una Nazione incredula, spaccata, ideologicamente contraddittoria e con un rapporto ambiguo tra comunisti e democristiani. Gli anni Settanta.

Nati non dalla cenere del Sessantotto, ma da un “resistenzialismo” ancora sotto cenere. Il ’68, osservato con la violenza di quegli anni, anni da me vissuti in una stagione scolastica che mi ha visto protagonista da rivoluzionario tradizionalista, ha trovato il suo epilogo di massima tragedia dieci anni dopo con il “caso” Moro. Rivedendo alcune immagini, in un film che mi ha toccato, è come se si fossero avvolti e riavvolti i nastri di un’età che ha solcato una generazione.

Dal 1968 al 1978. Dagli esami di terza media, licenza di scuola media (venni rimandato a settembre proprio in Italiano e poi in Matematica) alla discussione della tesi nel dicembre del 1978. Anno di fiamme e fuoco. Ma tutto parte, nella mia riflessione di quegli anni e su quegli anni, dalla barbarie applicata su Luigi Calabresi. Anche in quei giorni ero a Roma. Ero studente di Liceo. La notizia la appresi mentre passeggiavo su Via del Corso. Gita scolastica. Non ricordo se fosse una gita scolastica oppure una delle mie fughe in quella città che continuo ad amare.

 

 

 

Avevo appena 17 anni. L’anno successivo, senza badare alle lesioni scolastiche con dei docenti e alcuni di una ignoranza intellettuale straordinaria, guidavo l’auto di mio padre con patente. Prima l’avevo guidata senza. Ormai era ufficiale. Avevamo una Cinquecento familiare e una 1100 D rossa schiattante. Non ho tremore ad affermare che alcuni dei miei docenti liceali, tranne la bella signora di Matematica, questa volta ero bravissimo in questa materia, la bionda di Italiano, di cui ero affascinato ed arrivava con un “maggiolino” da Cosenza, al secondo anno e l’intellettuale di storia, che mi ha insegnato a capire e interpretare i fenomeni e i processi tra storia e politica.

Potrei parlare degli altri. Per esempio di quello di francese che mi buttava il quaderno fuori dalla finestra o quello di Italiano degli anni successivi che era convinto che copiassi i temi anche quando mi chiudeva bloccata alla cattedra con il solo foglio e la penna. Ma in quegli anni ho capito cosa significasse essere comunisti, essere democristiani, essere rivoluzionari e cominciavo a capire la distinzione tra rivoluzionari e terroristi.

 

 

 

Calabresi è stato un modello che mi ha accompagnato nel corso delle mie esperienze. Poi vennero gli anni dell’Università. Roma. Quelli duri. Eravamo al post Calabresi. L’Università di un unico colore, sempre il rosso. Quel rosso che ha sparato alle spalle Calabresi. Lo stesso rosso ricordato da Cesare Pavese in “La luna e i falò” che spara alla nuca. Ma questi sono altri discorsi. Comunque è qui il centro. Vennero gli anni dell’Università in una Roma di notte tempestate da lacrimogeni e da fumogeni. Casa dello Studente. Io che passavo di notte in notte da un letto ad un altro. Tutto un rischio. E non stavo con chi portava i passamontagna. Mi inorridivano.

Sono stato sempre con i “celerini”, soprattutto dopo i fatti di Piazza Indipendenza. Ero lì, a due passi dalla Redazione di “la Repubblica”. Sono stato sempre con i poliziotti, quelli che venivano dalle mie terre, come recita una toccante poesia di Pasolini. Ma in quel tempo eravamo tutti coinvolti e sconvolti. Nessuno poteva chiamarsi fuori come ben detto da Fabrizio De André. 1975 – 1978. Ero a Roma anche il 9 maggio del 1978. L’ho scritto nei miei libri dedicati alla stagione degli anni di fuoco e ai labirinti che hanno catturato i 55 giorni del rapimento Moro: “L’Ultima primavera”, “Quando fioriscono i rovi”, “Il perduto equilibrio”.

Chissà, forse, alla fine, scriverò un nuovo libro su quegli anni di fuoco e di impazzimento. Li ho vissuto i 55 giorni: da Via Fani a Via Caitani. Siamo tutti coinvolti, nella mia generazione che ha creduto alla politica, e siamo rimasti tutti sconvolti nell’ascoltare il non senso del trionfo della Ragion di Stato sulla vita di Aldo Moro. L’unico politico lucido di quella stagione è stato Bettino Craxi. L’umanesimo socialista era una bella affermazione. Mettere in soffitta Marx e con Marx anche Gramsci e discutere su Proudhon.

Questa era la tesi avanzata da un socialismo riformista. Non ho condiviso l’urlo di Almirante sulla pena di morte. Non ho condiviso il compromesso storico. Mi facevano paure le parole di Berlinguer e di Andreotti intrecciate. La durezza nei confronti delle trattative per portare alla salvezza di Moro. Il giacobinismo si faceva strada. Moro è morto per mano delle Brigate Rosse, ovvero del comunismo, ma il Governo del compromesso non ha fatto nulla affinché potesse salvarlo e con esso neppure PaoloVI ha avuto il coraggio della fede di gridare alla libertà di Moro. Sono ancora dentro di me quegli anni e come scottano.

Che errore e che orrore quella frase di Paolo VI : liberate Moro senza condizioni. Ma un Papa può pronunciare simili parole? Sono passati annilunghi e stagioni che continuano a scavare nella mia coscienza. Non sono bastati libri pubblicati, conferenze, articoli per chiudere dei capitoli. Grondano ancora sangue. Dal 1968 al 1978 si sono consumati gli intrecci di tragedie. La morte di Luigi Calabresi resta il fulcro intorno al quale cercare di capire il senso e il non senso di una Ragion di Stato.

Poi la politica non sarà più la stessa. Poi noi non saremo più gli stessi. Poi la mia generazione vivrà sconfitte e rivolte. E poi quegli anni nella pazzia ideologica continuano a parlarmi nel sangue, nella carne nei racconti…


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