LETTERA APERTA AL MINISTRO FRANCESCHINI: I BENI CULTURALI SONO STRATEGIE DI SVILUPPO IN UNA POLITICA DEI MERCATI CULTURALI
Di Pierfranco Bruni (del 24/02/2014 @ 06:34:43, in Cultura, letto 882 volte)

Caro Dario… Beni culturali e strategie di sviluppo. È l’antico problema che si pone non solo dal 1974 – 1975 (quando il buon Giovanni Spadolini si inventò, proprio in un progetto di strategia politica ed economica applicata alla cultura, il nuovo e ora vecchio Ministero per i Beni Culturali e Ambientali allora, nato da una costola dalla Pubblica Istruzione), ma immediatamente dopo (dalla Commissione d'indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio 1964 – 1967 sino alla proposta Ronchey che apriva al “mercato” i servizi aggiuntivi ai beni culturali) si tentò di fare del patrimonio culturale non una “residenza” della memoria, ma un bene radicato alla tutela della memoria con obiettivi prettamente economici.

Sono passate epoche. Ma i beni culturali sono ancora considerati, in una filosofia della politica, ma anche in un “tecnicismo” dell’etica del bene, come realtà scollegata ad un rapporto tra investimento e processi di economia avanzata. Il bene cultura non è più soltanto un bene della memoria. Cominciamo a considerarlo come un bene nel mercato delle culture. Ciò non significa che deve essere portato nei mercatini di quartiere ed essere messo in vendita o essere messo all’asta nei Palazzi. Deve essere considerato un bene che rispetta la storia, ma deve essere strumento produttivo.

In una società come la nostra se un museo, o una mostra o altre realtà legate al mondo dei beni culturali o delle culture, sommerse o meno, non produce, (o non producono), nella logica dei costi e benefici, è inutile tenerlo aperto. Una struttura che offre al mercato, ovvero all’utenza, un prodotto se non ha un ritorno, ovvero un ricavo, resta un prodotto non venduto e la struttura è deficitaria. Mettiamocelo bene in testa che tale questione deve essere affrontata non più con le stesse argomentazioni di quarant’anni fa. Tutto è mutato in queste nostre società in transizione. Anche le culture devono essere consideratati dei prodotti.

 

 

 

Parliamo di beni materiali. Attenzione. Non solo e non tanto di beni immateriali. Un conto è discutere di un bene immateriale: le lingue, le tradizioni, le forme antropologiche, lo spettacolo dal vivo o altre similari caratteristiche, certo anche un bene archeologico nella sua metafisica visione è immateriale ma non può essere più così. Un conto, invece, è quando parliamo di un bene materiale sul quale si è investito in finanze e finanziamenti.

Se si allestisce una mostra e la mostra non porta dei risultati economici sicuri, e dico anche forti, è giusto sottolineare che si è commesso un errore. Non abbiamo più bisogno di una filosofia del bene culturale o di testimoniare un’identità o di dimostrare un’eredità, anche attraverso nuovi reperti o nuove ricerche o nuove scoperte, soprattutto in una Nazione come l’Italia che ha una sua civiltà di etica e di estetica avanzata tra filosofia dei saperi e saperi innovativi sul piano della scientificità. Ci conosciamo già con la nostra storica consapevolezza.

Smettiamola con il sostenere che siamo il Paese più bello al mondo per i suoi beni culturali. Questi beni culturali sono ricchezza e saranno ricchezza se produrranno ricchezza e se creeranno motivazioni e stimoli per processi economici legati alla cultura. Da anni seguo con attenzione tali problemi. Li ho seguiti all’interno del mondo dei beni culturali, li ho seguiti come protagonista tra le istituzioni rivestendo un ruolo significativo nelle politiche culturali, li continuo a seguire sul piano dialettico con le mie pubblicazioni specifiche nel settore e sono sempre più convinto che dobbiamo smetterla di affermare che “bisogna conoscere il passato per costruire il futuro”.

Retorica stantia. Bisogna essere interventisti senza risparmiarsi. Il bene culturale, assodato che è memoria e lasciamo pure il suo giusto posto alla nostalgia romantica e decadente, bisogna avere il coraggio di “sdoganare” (termine che uso da decenni) il concetto stesso di bene culturale e legarlo ad una politica forte sul piano economico. Insomma bisogna consideralo come elemento che possa entrare nei mercati della cultura. L’idea manageriale che abbiamo avuto fino a qualche tempo fa, e che si continua ad avere, non basta. Partiamo dal presupposto rischioso che la cultura non è solo economia. Il binomio comincia ad essere antico. Occorre rischiare e forte.

 

 

 

La cultura è mercato. In che termini riusciamo a “vendere” la nostra cultura? Lo so che troverò muri ben fortificati su questa mia posizione. Ma abbiamo il coraggio di domandarci perché mai il bene culturale, in Italia, non è riuscito ad essere un volano di sviluppo? “Sdoganarlo” anche dalla tutela (non abbandonarlo nella sua salvaguardia: non fraintendiamoci) significa dare un orizzonte alla valorizzazione e alla fruizione. Ovvero ad una fruizione valorizzante.

Certo, occorre un’idea ben definita di bene culturale che cozza, so bene, con il concetto tradizionale che si ha, ma necessita una vera politica culturale, altrimenti saremo costretti a chiudere strutture visitabili e depositi, territori alla luce del sole e musei sotto le stelle. Il bene culturale è un bene economico, a prescindere dalla sua filosofia kantiana appiccicata alla “ragion pura”, restiamo con Kant ma dentro la “ragion pratica”. È ora di sgombrare il campo dalla “ragion pura” e di applicare non la cultura sull’economia, ma, questa volta sì, l’economia sulla cultura.

Più strategia per fasi valorizzanti. Gli addetti ai lavori e gli esperti facciano il loro compito e continuano nel loro ruolo fondamentale, essenziale, centrale che è stato ed è riferimento. Ma la politica di investimento, di sviluppo, di regolarizzare l’etica dell’economia all’estetica della cultura spetta ormai ad altri. Quando una mostra va male, o qualsiasi altro investimento sulla cultura e sui beni culturali, ripeto, è investimento sconfitto. L’investimento sconfitto in questo settore non è recuperabile e tanto meno reinvestibile, in quanto la cultura in sé, e il bene culturale a – priori, non è riciclabile.

Bisogna fare in modo che una mostra, o un museo in una realtà strutturale stabile, porti non solo cultura, o organizzi cultura tout court, ma anche ricchezza, strategia per il futuro, e nuovi modelli di finanza applicata alla cultura stessa, attraverso processi progettuali in un’economia di mercati avanzati, i quali puntano costantemente i riflettori su una applicazione di eventi multidisciplinari che sappiano guardare alle politiche culturali internazionali.


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